
non smetterò mai di sperare che tiziano ferro venga travolto da una carica di cinghiali...
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dimenticare sanremo
nome e cognome fanno pensare a un cardiochirurgo nazista, d’accordo, ma andrea osvart è una bella topa ungherese. anzi: un’immane topa ungherese. punto. detto questo, detto tutto: il primo segmento del festival non ha lasciato impronte, salvo per alcuni spettatori che si sono automummificati verso la quattordicesima ora, e anche l’evento nell’evento ha giovato poco. pochissimo. no, non sto parlando del sontuoso ritorno di toto cotugno (from transilvania with brio) e non sto parlando della marchetta di lenny turbominchia kravitz (il sosia tamarro di poncharello): sto parlando, ahimè, della canzone finocchia written by gigi d’alessio and performed by anna tatangelo. canzone coraggiosa, va sottolineato, perché serve davvero coraggio per cinguettare una troiata del genere: “dimmi che male c’è / se ami un uomo come te”. l’ex barbie mora, poi, dovrebbe smetterla di radersi le sopracciglia e di sbandierare quelle ridicole tettone da travesto colombiano: si crede una figa spaziale ma sembra pamela prati mentre imita bob geldof (avete visto “the wall”?). ecco. salvando l’aura (l’a c’ugina p’sicotica d’i e’lisa) e lo stonatissimo tricarico (che si è esibito durante “consorzio nettuno”), nient’altro da segnalare. nemmeno la deriva mariachi di frankie hi nrg, le perversioni balcaniche dei frank head e il mio dilemma personale (il nuovo pezzo di fabrizio moro è raccapricciante o molto raccapricciante?). fortuna che stasera arrivano i finley e amedeo minghi...
sono attesi all’ufficio di collocamento:
i melody fall (quattro eunuchi dodicenni capitanati da un nano che si pettina con l’uranio), i milagro (due seminaristi la cui spaventosa missione è risultare più letali dei tiromancino) e, ovviamente, paolo meneguzzi.