pronomi personali
voi. ci siete voi, nonostante il freddo polare. voi che siete quarantamila, cinquantamila, sessantamila, non importa quanti, e il freddo polare non vi fa un cazzo. vi rimbalza addosso. e vi rimbalza addosso pure la pioggia. anzi: il diluvio. e ci sei tu, guardata a vista da mamma e papà. tu che domani tatuerai una nuova quartina sull’invicta, nell’ora d’italiano, tu che hai sicuramente una grafia tonda, con le m e le n rovesciate e ciccione, tu che conserverai il biglietto nel diario, come una reliquia, e lo ritroverai tra dieci anni, quindici anni, vent’anni, non importa quanti, provando una brevissima, dolcissima, insopportabile fitta di nostalgia. o, magari, di tenerezza. e ci sei tu, caro tamarro. tu che non cambi mai, tu che sei sempre uguale, tu che esci sempre illeso da qualunque mutamento, da qualunque rivoluzione. tu che ti massaggi il pacco per sentirti uomo, tu che rutti birra selezionando un gadget immancabilmente pessimo dalla bancarella. tu che, senza rendertene conto, rappresenti una grottesca ma rassicurante certezza. e ti si vuole bene perché, dopo tutto, non fai male a nessuno. e ci sei tu, casalinga più o meno disperata. tu che hai più o meno la sua età e con lui ci sei cresciuta. tu che con lui nello stereo hai limonato, hai scopato, hai accumulato feste di compleanno, hai curato i tuoi hangover e hai cercato di guarire dall’amarezza. o, magari, semplicemente da una giornata nera. e ci sei tu, là sopra. ci sei tu, ancora fighissimo e ancora abbronzatissimo. tu che dove finiscono le tue dita comincia la tua chitarra. tu che sei purissima arte elettrica. arte, sì. punto. e, ovviamente, ci sei tu. tu che sgrani le iridi azzurre, da bambino pazzo, tu che canti, e canti bene, tu che ogni tanto biascichi le solite cazzate (“la vita è complessa se non hai una compressa”) e ridi da solo. tu che sei tu. tu che mi parlavi di alfredo e di susanna quand’ero piccolo, tu che mi parli di sally oggi. e, appunto, ci sono io. io che osservo te, voi, credendomi distaccato, credendomi lontano, un entomologo, uno che la sa lunga e non si lascia mica impressionare, no. ma poi, a tradimento, arriva una strofa antica, dimenticata, “chissà dove sei anima fragile che mi ascoltavi immobile”, e gli occhi, a tradimento, mi diventano liquidi, terribilmente liquidi, così, subito dopo, mi ritrovo a gridare “non lo so se sto qui o se ritornooooo” fino a bruciarmi la gola. fino a stancarmi i polmoni. ‘fanculo a me, ‘fanculo. e allora, alla fine, devo piantarla di mentire, usando il “voi”, e devo gettare la maschera, arrendendomi al “noi”. sì. noi. noi che, nonostante il freddo polare e nonostante il diluvio, abbiamo celebrato il rito. devotamente.

uì uònt iù. forza, blogger, non farete mica i timidoni cagasotto?! eh?!
c’eravamo tanto... ottanta?!
[click e, ancora, click. senza vergogna]
vedi alla voce “sbornia collettiva”

(tra cui: agua, aluccia, dania, dree, dud, grizzly, yunis, lucy, megghi, ninna, orenove, pro-fumo, searching, zoe. e, molto probabilmente, sto dimenticando qualcuno...)
“credo di notare
una leggera flessione del senso sociale”
cinque validi motivi per traslocare nello zaire:
(...a pensarci bene, però, già ci siamo nello zaire...)
manhattan
giovin signore scrive:
ti prego… dimmi che ci sei…
biondina scrive:
ho la pelle dura, io.
giovin signore scrive:
dani!!!!!!
biondina scrive:
gianma!!!!!!
giovin signore scrive:
non riesco a crederci…
biondina scrive:
mi davi per morta?!
giovin signore scrive:
ma no, cazzo!! però non mi aspettavo che la linea funzionasse…
biondina scrive:
funziona, funziona. ho appena messo giù con i miei. sai cosa mi ha detto, la mamma?
giovin signore scrive:
cosa?
biondina scrive:
ruba una macchina, vai in canada e ti veniamo a prendere!!
giovin signore scrive:
figa come sempre!!
biondina scrive:
la mamma è un mito!!
giovin signore scrive:
pelle dura a parte, dani, stai bene?
biondina scrive:
il dolore non lo sento, non ancora, perché sono rimbecillita dallo shock. più che altro, ho l’incubo del giorno in cui tornerò in classe e troverò le sedie vuote dei miei studenti…
giovin signore scrive:
cazzo…
biondina scrive:
e tu? stai bene, tu?
giovin signore scrive:
credo di sì… ma non riesco nemmeno a parlare...
biondina scrive:
io, invece, non riesco a vedere…
giovin signore scrive:
in che senso?
biondina scrive:
il fumo. dietro i vetri, qua, c’è fumo nero. soltanto fumo nero.
(gianmatteo e daniela. msn. 12 settembre 2001)
trenta ducados rosse
-¿de veras te llamas gianmatteo? ¡qué nombre extraño!
-fortuna che il tuo, invece, è normale, caro ildefonso...
(cordoba, reception dell’albergo)
la spagna, dicevo, è quel paese dove ti nutri di patate anche quando pensi “oggi col cazzo che mangio patate”, perché te le ritrovi sempre e comunque nel piatto, ma è pure quel paese dove il sistema dei trasporti pubblici, la gestione dei beni culturali e il costo delle sigarette, porca troia, testimoniano senza pietà l’immorale arretratezza italiana, la nostra volgarissima e incomprensibile arroganza sociopolitica, ed è, infine, quel paese dove ti capita di visitare posti che sembrano una location di derrick, tipo valencia, e, subito dopo, vedere cose che voi umani bla bla bla, tipo il barrio de santa cruz, triana, la mezquita, l’alhambra, l’albaycín, perché appena la spagna diventa andalusia, e lo scrivo amando moltissimo barcellona, riesce davvero a spaccarti l’anima per quanto sa essere stupenda, riesce davvero ad accorciarti il respiro, a spaventarti, quasi, e allora, certe volte, succede che abbassi gli occhi, succede che li sposti altrove, istintivamente, come faresti se ci fosse troppa luce o troppo vento, solo che poi, dovunque li appoggi, i tuoi occhi si riempiono ancora di bellezza, di grazia, di meraviglia, perciò non li puoi proteggere, non ti puoi proteggere, no, puoi semplicemente arrenderti e lasciare che la spagna ti si conficchi dentro, piano, tra lo stomaco e il cuore.
(in alternativa, se l’effetto-banderilla v’inquieta, potete sempre sperare che i vostri bagagli si smaterializzino dopo il volo malaga/barcellona, così la piantate di fare i sentimentali e scoprite, anzi, di essere parecchio talentuosi nel coniare sfolgoranti bestemmie)
pucci pucci
andrea: sinceramente, mi trovi melenso?
trenta: quanto sincero devo essere?
andrea: più sincero che puoi.
trenta: hello kitty, in confronto a te, fa le pompe in stazione per pagarsi l’eroina.
andrea: ...
trenta: ...
andrea: un semplice “sì” pareva brutto?
el país de las patatas

(i pensierini li scrivo più tardi. intanto, qualche foto)