“a chi hai detto fottuto giapponese?” / 2
non solo stiamo tornando, ma siamo ogni anno più belli!!!
(onore e gloria a massimo garlatti-costa, regista di càlt mùvis)
epidemia
“please respond”?
no: “please respond” un cazzo.
tenetevi alla larga da questo social network di merda!!!
soltanto l’ebola si propaga più in fretta e fa più danni…
(chiedo perdono a tutte le brave persone che ho maldestramente contagiato)
tagged fan club: qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui.
borsette
gli uomini svampiti non dovrebbero mai parlare con le donne stronze.
- dalai lama -
l’ottimo: secondo me ti dovresti comprare una “kelly”.
la vecchia: cos’è che mi dovrei comprare?
l’ottimo: una “kelly”.
la vecchia: certo! una “kelly”!
l’ottimo: capito quale?
la vecchia: no che non ho capito quale!
l’ottimo (sbuffando): audrey hepburn. hai presente?
la vecchia: sì, ma che c’entra?
l’ottimo: hermès ha prodotto quel modello in suo onore.
la vecchia (illuminandosi): ah!
l’ottimo: ci sei, adesso?
la vecchia: ci sono, ci sono! e vorrei farti una domanda.
l’ottimo: dimmi.
la vecchia: pensi che hermès produrrà mai una “hepburn” in onore di grace kelly?
…mica male, ‘sto fabio volo…
per ogni singolo cittadino italiano, con buona pace di quanti credono che la soggettività vinca sulla genetica, disattivare l’inclinazione al melodramma è quasi sempre un esercizio complicato. molto complicato. se il cittadino italiano, poi, di mestiere fa il regista, e magari deve affrontare un tema scivoloso come quello della malattia, ecco allora che l’esercizio diventa quasi sempre dannatamente impervio...
c’è riuscito o non c’è riuscito, dunque, il cittadino e regista italiano eugenio cappuccio (“il caricatore”, “volevo solo dormirle addosso”)? c’è riuscito, sì, e c’è riuscito piuttosto bene: ha parlato di malattia (ha parlato di paura, ha parlato di destino, ha parlato di convinzioni che si frantumano) senza mai alterare la delicatezza, la grazia, del racconto. senza mai trasformare, appunto, la sua minuscola e dolcissima commedia in un funesto e superfluo polpettone ospedaliero.
non è certo indimenticabile, “uno su due”, non ti resta certo dentro, ma la bella scrittura e l’assoluta semplicità del soggetto (lorenzo, giovane avvocato arrogante e carrierista, misura la propria vita mentre attende la diagnosi che potrebbe portargliela via) lo rendono un film onesto e, a tratti, emozionante. uno di quei rari film, capaci di piccola poesia, dove tutti gli attori (fabio volo, anita caprioli, giuseppe battiston, ninetto davoli) meritano elogi, dove le troppe semplificazioni socioculturali non risultano irritanti e dove l’ingenuità, forse un po’ esibita, non scalfisce la sostanza narrativa.
la rivoluzione non ride
mirko: la notte, lì dentro, lì sotto, era gialliccia, solida, una crema di batteri, di virus, di germi ingrassati che noi frullavano con le pernacchie dei nostri scappamenti.
michele: per cortesia, basta. basta.
mirko: quello che scrivo la notte, riletto la mattina dopo già non mi piace più. perché?
oppure:
madre: come sta la silvia?
michele: silvia, non la silvia. mamma, fortunatamente siamo a roma, non a milano: la silvia, il giorgio, il pannella, il giovanni... cacare, non cagare. fica, non figa.
padre: michele, per cortesia...
michele: no, non sono parolacce. questo è il linguaggio di noi giovani. noi giovani parliamo così!
ora.
che il tuo film sia un film doloroso e amaro, abbi pazienza, lo può capire addirittura flavio vento. e senza nemmeno un aiutino. ma non ammettere (non accettare?) che il tuo film sia anche un film esilarante (sì: e-si-la-ran-te) mi sembra davvero una grande cagata…
forumizziamoci
come dimostra il post precedente, assieme a chissà quanti altri post disseminati in chissà quanti altri blog, “daltanious” docet: le sigle di molti cartoni giappi, e non mi riferisco alle orride canzoncine della d’avena, contengono almeno una strofa maledetta che non abbiamo mai capito (o che, a distanza di circa millemila anni, scopriamo di aver sempre capito male). forse perché eravamo piccoli, forse perché, più semplicemente, eravamo rincoglioniti...
qual era / qual è la vostra bestia nera?
mi aiutate a compilare, senza vergogna, il listone definitivo?
(“jeeg” non volava “tra lapidi blu”, sia chiaro, ma “tra lampi di blu”!!!)
“noi siamo piccoli ma cresceremo”
maturità e immaturità sono due parametri decisamente sopravvalutati: ho appena risolto un mistero che mi tormentava da quasi trent’anni e non riesco a sentirmi né saggio né figo…
(sinceramente: voi quando lo avete capito che quella cazzo di strofa incomprensibile dice “per daltanious bim bum bam e giù”?!?)
homevideo / “south park”
…you’re the one that fucked your uncle…
vietato ai minori di 14 anni, e spudorato quanto basta per tramortire gli adulti più bacchettoni, “south park” mantiene generosamente la ghiotta promessa del sottotitolo (“bigger, longer & uncut”). anzi: si diverte a gridarla, senza paranoie, raddoppiando per il grande schermo i già robusti dosaggi televisivi...
cosa succede, insomma, nel “quieto e merdoso” paesello del colorado? semplice: per disintossicare i propri bambini dagli effetti collaterali di un teen-movie, interpretato dai petomani trombino&pompadour, le mamme fondano un comitato e, con l’appoggio del governo americano, dichiarano guerra al canada, patria dei due attori. una guerra che, in ottanta minuti, riesce a centrifugare bill clinton e saddam hussein, il diavolo e bill gates, canzoncine deliziose (mtv, non a caso, ha premiato l’inno “unclefucker”) e adorabili bassezze (la passera di winona ryder che spara palline da ping pong), turpiloquio a ritmi vertiginosi e sane vagonate di politicamente scorretto.
genitori contro figli, militari contro militari, figli contro genitori (kyle, stan e il resto del branco, per salvare il salvabile, mettono in piedi una società clandestina chiamata “la resistence”): dove s’interrompe l’anticonformismo dei “simpsons” inizia il ferocissimo volo di “south park”, con il suo geniale bestiario e la sua geniale cattiveria, con le sue battutacce e, soprattutto, con i suoi disegnetti da scuola materna. brutti e irritanti. così brutti e irritanti che molti (troppi) spettatori, compiendo un errore madornale, se ne tengono sdegnosamente alla larga.
greetings from pompei
non me ne frega davvero un beato cazzo di appurare quanto sia farlocca o quanto sia autentica la spiegazione diffusa urbi et orbi per conto del caro dottor unplugged: non trepidavo prima, non ho trepidato durante, non trepido neanche adesso. punto. e lo sto dicendo con enorme affetto (il diretto interessato lo sa). ciò che più mi rallegra, assieme alla sospiratissima chiusura del “braccobaldo show” (isterismo collettivo, sorcine depresse, necrologi, profezie, congetture), è una sola e fulgida certezza: io e tutti i vecchi aficionados poco inclini al panico stiamo finalmente per levarci dai coglioni quell’orribile post intitolato “pompei”…
bibliografia scientifica
lo studioso americano robert r. provine, dopo una ricerca lunga vent’anni, ha scoperto che la risata “è un segnale che permette di far sapere a chi ci sta intorno che non abbiamo cattive intenzioni”.
dello stesso autore:
“dare fuoco ai barboni è un atto da cui trapela scarsa giovialità”
la madre di tutti i dubbi
cheddevo fare, secondo voi?
ne approfitto per levarmi fi-nal-men-te dai coglioni un po’ di commentatori anonimi l’anonima stronzi oppure ’fanculo alla bonifica e lascio le cose come stanno?
occhio per occhio
passi che la signora bignardi, garrula e birichina, si sia fatta baciare da ambra, passi, ma come la mettiamo con il signor sofri? niente niente che adesso, in vena di ritorsioni coniugali, si farà baciare da francesco renga? l’italia freme...
sulla panchina rossa
l’infermiere buono, quello senza un occhio, sta parlando con maurizio. sulla panchina rossa. ci sa fare, l’infermiere buono. è garbato. è mite. non alza mai la voce. sorride spesso. e qua dentro te ne accorgi subito, se qualcuno sorride. la gente, al massimo, ride, qua dentro, ma sono risate che ti congelano il cuore. hai mai sentito ridere la morte? mi piace vederli seduti assieme, maurizio e l’infermiere buono, perché maurizio è davvero enorme e l’infermiere buono, quello senza un occhio, è davvero minuscolo. tascabile. mi piace vederli seduti assieme perché vanno d’accordo. perché si vogliono bene. e qua dentro te ne accorgi subito, se qualcuno vuole bene a qualcuno. puoi simulare tutto, qua dentro, per paura o per astuzia, per autodifesa o per convenienza, ma l’affetto no: l’affetto non lo puoi simulare. l’affetto, qua dentro, è più violento di ogni altra cosa. più violento e più forte. violento e forte com’è stato maurizio, un giorno, quando ha deciso che non avrebbe permesso a nessuno di perforargli il cervello con la corrente elettrica. di perforarglielo ancora una volta. e cinque infermieri, quel giorno di mille anni fa, non sono riusciti a immobilizzarlo. è un gigante, maurizio, e i suoi polsi sono polsi da gigante. hai mai provato a stringere una cinghia attorno al polso di un gigante? è un gigante, maurizio, e i suoi pugni sono pugni da gigante. hai mai provato a ricevere in piena faccia il pugno di un gigante? l’infermiere buono, quello senza un occhio, ci ha provato: l’occhio l’ha perso così. mille anni fa. e ora, sulla panchina rossa, l’infermiere buono sta parlando con maurizio. il gigante che dipinge quadri bellissimi. il gigante che ha le mani troppo grandi, troppo goffe, per infilare i bottoni nelle asole del cappotto. il gigante che un giorno, un giorno di mille anni fa, si era improvvisamente stancato di soffrire…
(anche questo ricordo ha mille anni, sì, ma non smette di essere nitido. preziosamente nitido. è nitido il rosso della panchina, è nitido il bianco dei corridoi, è nitido il suono della ghiaia e delle foglie sotto le scarpe, lungo il viale d’accesso, è nitido l’odore immobile di nicotina che impregna i muri, è nitida l’altezza innaturale dei soffitti. è nitido l’infermiere buono ed è nitido maurizio. come fai a dimenticarti due persone capaci di tanta umanità? come fai a dimenticarti un luogo dove l’umanità assume la consistenza di un miracolo perché l’umanità, dentro quell’antico perimetro di alberi e di marmo, non ha quasi mai avuto diritto di cittadinanza? impossibile. è semplicemente impossibile. certo, non dimentico neppure marino e le sue geniali prodezze a calcetto. non dimentico bruno e i suoi acrobatici sdoppiamenti di personalità. non dimentico giorgio e la sua mania per gli incidenti stradali. non dimentico l’infermiere cattivo che metteva in lavastoviglie i copricerchi dell’alfa 33. non dimentico neppure noi obiettori. la nostra ingenuità. il nostro amore e la nostra rabbia. non dimentico niente e nessuno. è impossibile. è semplicemente impossibile. questo ricordo, però, in qualche modo li riassume tutti. li contiene, li rappresenta, li simboleggia tutti. ecco perché mi è così caro. ed ecco perché adesso, con molta emozione, lo voglio regalare al mio amico alberto)
sempre sulla notizia
caro diario addio.
un ragazzo su due si sfoga online, mentre solo uno su 10 tiene un diario di carta.
negli ultimi anni, l’abitudine di tenere un diario è diventata sempre più sporadica, anche tra i giovani. (...) a confermare il declino della diaristica è uno studio commissionato da sky. (...) secondo i dati raccolti, solo il dieci per cento degli intervistati ha un diario cartaceo, mentre arriva al 47% la percentuale di ragazzi che scrive sul blog personale.
-caro 78 giri addio
-caro treno a vapore addio
-cara tivù in biancoenero addio
-cara macchina da scrivere addio
melodiosamente
trenta: che cazzo è?
andrea: che cazzo è cosa?
trenta: come cosa? questo soave din don dan!
andrea (arrossendo): non sento niente.
trenta: ah no? strano: proviene dai tuoi jeans.
andrea: …
trenta: ti sei scaricato una suoneria da reginetta degli elfi?
andrea: …
trenta: ti sei ornato i maroni con delle vezzose campanelle?
andrea: …
trenta: dunque? cellulare o piercing?
andrea: ne esco male in entrambi i casi, vero?
trenta: sarà il nostro segreto…
senza vergogna
la catena che mi ha recapitato il carissimo igor, cioè “quali sono le cinque cose che non diresti mai durante una conversazione intellettuale?”, è una catena che forse dovrei declinare. anzi: la declino proprio. non tanto per l’infrequenza delle mie conversazioni intellettuali, quanto per il motivo stesso che le rende così infrequenti: una spaventosa e (appunto) risaputa mancanza di vergogna, stile e diplomazia...
conversazione intellettuale.
tema: “cantare poesia”.
6 agosto 1999.
trenta: come sta la canzone d’autore italiana? esistono “nuovi poeti”?
vecchioni: uhm… azzarderei una diagnosi rassicurante: sta bene. sia perché ci sono “nuovi poeti” come silvestri e bersani, sia perché i “vecchi poeti” si muovono a piccoli passi. lenti e adeguati trasformismi, nessuna rivoluzione: si guardano attorno. ed è giusto così.
trenta: a proposito di poesia. ti sei mai pentito, egregio professore, di aver consegnato alla storia l’aulico verso “oh-oh cavallo oh-oh”?
vecchioni (ridendo): ma che stronzo!!!
ecco.
nient’altro da aggiungere...
(dis)impegno
“ti regalerò una rosa” diventerà per cristicchi quello che “il racconto del vajont” è diventato per paolini oppure, un giorno, lo sentiremo di nuovo cantare “l’ombrellone te lo ficco nel culo”?
michelle ma belle vs. michelle go home
che la hunziker non fosse una wannabe monocellulare destinata al vallettaggio (o al soubrettaggio) perenne lo si era già capito quando presentava “colpo di fulmine”: vivace, divertente, spiritosa, incline all’autoironia e all’improvvisazione. gli stessi rari pregi che ora, dopo anni e anni di prezzemolismo efferato, la rendono gradevole come dieci rottweiler nelle mutande. o no? parliamone…

la meglio gioventù
(ANSA) - sanremo, 1 mar - fonti vicine alla direzione artistica del festival confermano che johnny dorelli, accolto ieri da una meritatissima standing ovation, rischia di essere eliminato: secondo varie testimonianze, ritenute attendibili, la sua canzone non solo non sarebbe inedita ma avrebbe anche già scalato i vertici dell’hit parade. nel 1921.
(ANSA) - sanremo, 1 mar - il manager di milva, replicando attraverso una breve nota al presunto scoop di mtv, smentisce “ufficialmente e categoricamente” che l’artista si sia fatta ibernare assieme al suo parrucchiere durante la prima guerra mondiale. categorico anche il commento di al bano, nada, mango, antonella ruggiero, roby facchinetti e dei fratelli bella: “questo paese non accetta che i giovani abbiano successo”. gary barlow (take that) ha invece preferito non rilasciare dichiarazioni e, per allontanare i giornalisti, ha impugnato il catetere come uno scudiscio.