1980
nick: ma tu. da bambino.
trenta: eh.
nick: sei stato un fanatico dei cartoni giappi oppure no?
trenta: assolutamente no.
nick: no? e cosa cazzo facevi, dopo i compiti?
trenta: salvavo la terra dai meganoidi.
certo che conosco i nirvana
top five delle canzoni famose di cui l’ascoltatore medio ignora il testo e vive benissimo lo stesso ma poi un giorno incappa nell’inevitabile cantata di gruppo ed è quindi costretto a muovere la bocca fuori sincrono oppure a battere le mani come una foca oppure a fare “na na na na” finché si ricorda miracolosamente alcune parole e le grida con un orgoglio straordinario:
1) “hotel california”: and she said
2) “let it be”: speaking words of wisdom
3) “smells like teen spirit”: here we are now / entertain us
4) “sunday bloody sunday”: how long must we sing this song?
5) “losing my religion”: that’s me in the corner / that’s me in the spotlight
le conseguenze dell’usura
“rubano tutti, geremia. e tutti sono infelici. tutti...”, sentenzia la madre del protagonista, mettendo subito a nudo lo scurissimo perimetro emotivo dentro cui agisce “l’amico di famiglia”. un film prezioso, una ballata macabra tanto geniale quanto imperfetta, dove paolo sorrentino viviseziona ancora “le conseguenze dell’amore” e, paradossalmente, non ne ripete il miracolo solo per un invidiabile eccesso di bravura.
se “le conseguenze dell’amore”, appunto, si muove sottraendo, “l’amico di famiglia” si muove accumulando, saturando, congestionando. la turpe storia del turpissimo usuraio geremia, omuncolo zoppo e nietzschiano capace di comprare la vita o la morte ma incapace di sentirsi cattivo (“sono quarant’anni che aiuto il prossimo”), perde così, via via, la propria compattezza e attutisce, parzialmente, la propria onda d’urto. visiva e narrativa. l’essenza, compiaciuta e scomoda, di un bizzarro anti-apologo immune da qualunque moralismo e anche da qualunque catalogazione.
è una commedia? no, però ci obbliga a sorridere (e, spesso, a ridere) mentre moltiplica personaggi e dialoghi quasi sempre magistrali. è un dramma? no, però ci obbliga a provare amarezza (e orrore) mentre disegna l’implacabile banalità del male. che cos’è, dunque, “l’amico di famiglia”? sicuramente, un’opera necessaria: abbastanza crudele per conturbare le anime belle (geremia, un immenso giacomo rizzo, non viene sconfitto dalla giustizia: viene sconfitto, o comunque tradito, da un semplice palpito d’umanità), abbastanza sornione per divertire gli spettatori più scafati (impossibile non adorare fabrizio bentivoglio, buffo sparring partner maniaco del country), abbastanza impavido per puntare sul talento di laura chiatti e vincere la scommessa.
le invasioni barbariche
visto che non lo scrive davide, lo scrivo io: un paese in cui si abbinano le musichette di caparezza ai promo del “dottor casa” è un paese tragicamente lontano dalla civiltà.
cosa farò da grande

gentile signora,
se mi concederebbe extra tempo per valutare senza frettolosità questa offerta molto piacevole di guadagnare gli extra soldi, io, allora, le fossi pieno di gratitudine in quanto reputando me stesso abbastanza identico al profilo dell’onestà, responsabilità e bravo computerista, ma avendo attualmente impegnato me stesso nel bel mestiere che faccio dentro l’accademia della crusca.
porgendo i saluti cordiali di me stesso,
marlboro sig. trenta
hobbistica
tempo fa, quando dicevo “sono un blogger”, la gente mi guardava come se avessi detto “il mio hobby è adescare nani per usarli al posto del frisbee”. oggi, quando dico “sono un blogger”, la gente mi guarda con tenerezza e mi cita subito beppe grillo. capita anche a voi, questa cosa? vi fa incazzare? io, sinceramente, me ne fotto: vestito da biancaneve sono bellissimo...
we are family
anch’io, come mia madre, sono figlio unico: questo mi porta ad avere un numero leggermente basso di parenti (e, volendo, giustifica il deserto sotto l’albero di natale). mio padre, però, oltre ad avere un fratello, ha due nipoti: questo mi porta ad avere due cugini di primo grado (enrico e andrea). ecco. avere due cugini di primo grado è una vera figata, soprattutto quando apri il giornale e scopri che il cugino maggiore ha scritto una lettera che inizia così:
caro direttore,
a volte mi chiedo chi siano stati i miei avi, anche i più distanti nel tempo, e che cosa abbiano fatto nelle loro vite. me lo domando perché io faccio il cretino sul palco dei locali, mio fratello fa il cretino alla tivù e mio cugino fa il cretino su internet.
e adesso qualcuno venga a dirmi che la genetica non è una scienza esatta…
quanti anni hai?
se a causa di una piccola sbronza
-ti rechi in un localino affollato e trendy
-convinci il diggei a selezionare “el diablo”
-ti ritrovi subito da solo al centro della pista
e se dopo questa piccola sbronza
-ti svegli con due culi di babbuino al posto degli occhi
-fai finta di no ma il tuo stomaco è una necropoli egizia
-senti pronunciare la parola “analgesico” e ti commuovi
allora, amico, non c’è bisogno di chiederti l’età: sei un over 30.
oppure sei il simpatico dree…
luxuriosamente
sms di gloria: ho visto il programma e sono molto felice.
sms di trenta: felice, addirittura?
sms di gloria: sì! ma chi era quella signora?
sms di trenta: ivan cattaneo, mamma.
sms di gloria: scemo! intendevo la signora che ha presentato il tuo libro!
sms di trenta: ah, lei? un deputato di rifondazione, mamma.
sms di gloria: la smetti di fare lo scemo?
mona lisa smile
andrea: mi presti il vinile di “meat is murder”?
trenta: sei ubriaco?
andrea: giuro che lo tratto con amore.
trenta: non è questo il punto.
andrea: e allora?
trenta: gli smiths mi hanno sempre fatto cagare!
andrea: che cazzo dici? ricordo bene i tuoi vinili!
trenta: ah sì?
andrea: memoria fotografica. lo sai.
trenta: lo so, lo so.
andrea: e allora?
trenta: i vinili che ricordi bene sono dei clash.
andrea: …
trenta: …
andrea: non è che possiamo glissare, vero?
trenta: sulla tua formidabile memoria fotografica?
andrea: …
trenta: …
andrea: togliti quel sorrisetto da stronzo, almeno!
sì, mangiare
qual è il segno distintivo che attraversa e caratterizza tutta l’opera di mogol/battisti? il romanticismo un po’ ruvido, come si ostinano a credere i più distratti? l’ecologismo ante litteram, come pensano i più innocenti? il maschilismo io-tarzan-tu-jane, come sostengono i più navigati? no. non ci siamo. il segno distintivo, la causa di ogni effetto, è un’ossessione circolare, acuminata, onnipresente: quella per il cibo. un’ossessione contro cui mogol/battisti hanno lottato, dodici lunghi anni, percorrendo la via coraggiosa del coming out musicale…
frase-chiave
al risveglio alla mattina
quando il gallo mi apre gli occhi
alle quattro di mattina
prima cosa polenta a fette
e nell’aria voglia sentire
il profumo del caffellatte.
polenta alle quattro di mattina? superfluo andare avanti. ci si potrebbe accontentare. ma basta davvero un’unica frase-chiave, sebbene così limpida, a persuadere fino in fondo i più distratti, i più innocenti e anche i più navigati? forse basta. forse, invece, non basta. ed ecco, allora, che il song book rivela perentoriamente la propria essenza (la propria urgenza terapeutica) di libro bianco. “aiutateci”, implorano mogol/battisti. “smettetela di cantare, porca puttana, e aiutateci!”, gridano, mentre l’ennesima scolaresca si stringe attorno allo sfigato con la chitarra…
ossessione circolare, acuminata, onnipresente
al ritorno dalla campagna
prima cosa voglio trovare
il piatto pronto da mangiare
e il bicchiere dove bere.
variazione
prepararmi da mangiare
un’occhiata sempre all’orto
quando è sera stanco morto
mi diverto solamente a dormire.
la parola “orto”, fingendosi bucolica, ritorna spesso. molto spesso.
e ogni volta che ritorna, i toni s’incupiscono…
presagi
io ti vorrei vedere
mentre cogli l’insalata dell’orto
che vorrei avere coltivato
prima di essere morto.
paranoie
comperar la terra i semi ed un grande vaso
coltivare un orto sul balcone insieme a te
chi rubò la mia insalata?
chi l’ha mangiata?
sul fronte sentimentale, del resto, le cose non vanno meglio…
approcci monotematici
amore mio
hai già mangiato o no?
ho fame anch’io
e non soltanto di te.
conversazioni monotematiche
in un grande magazzino una volta al mese
spingere un carrello pieno sottobraccio a te
e parlar di surgelati rincarati
far la coda mentre sento che ti appoggi a me.
gioie monotematiche
poi seduti accanto in un’osteria
bevendo un brodo caldo che follia
io la sentivo ancora profondamente mia.
le relazioni, ovviamente, falliscono. una dopo l’altra. e di fronte a ogni “addio” (a ogni “vaffanculo”) la risposte non cambiano mai. cambiano soltanto le sfumature…
menefreghismo
fa niente, vieni,
apriamo il frigo,
dai, sì, dai, ho fame!
urca!
guarda cosa c’è: il salame!
fatalismo
non parliamo più
parlar non serve un granché
mangiale anche tu
le castagne arrosto con me.
umorismo
anche tu ami tanto le banane, anche tu,
ma però costan troppo le banane
e perciò questo nostro grande amore,
che sfortuna,
oggi stesso finirà
per questioni vegetali di risparmio
ed anche di praticità.
domanda: servono altri esempi? domanda: risulta chiaro, adesso, il segno distintivo che attraversa e caratterizza tutta l’opera di mogol/battisti? se finalmente risulta chiaro, con buona pace dei più distratti, dei più innocenti e anche dei più navigati, allora non c’è motivo per glissare sull’ultima frase-chiave. l’ultima in ordine cronologico, l’ultima in tutti i sensi…
the end
perché non sei una mela
con la buccia tutta lucida e croccante?
il sodalizio mogol/battisti si chiude così. all’improvviso. uscendo dalla storia per entrare nella leggenda. si chiude così, dopo dodici lunghi anni. e si chiude proprio sulle soglie del cannibalismo... altroché “una donna per amico”!
inquietante, vero?
[© noluogo - per gentile concessione di me medesimo]
[chiave di ricerca: marinaio che canta bowie in portoghese]
-perché non dici le parolacce per intero?
-voglio perdere l’abitudine prima di avere questo cazzo di bambino!
ho amato/amo così tanto “i tenenbaum” che, negli ultimi due anni, l’ipotesi di affrontare “steve zissou” mi ha terrorizzato quanto l’ipotesi di perdere una scommessa e travestirmi da legolas (o, peggio, acquistare e calzare dei sabot). insomma: paura. quella paura che, ieri, ho finalmente soffiato via ritrovando illesa tutta l’eccentrica maestà di wes anderson. e scusate l’entusiasmo…
(grazie)
la posta del cuore

noi tutti, caro perceval, ci felicitiamo con il camionista.
e ci felicitiamo pure con queste signorine così talentuose.
va bene.
ma chi cazzo è richard?
just a perfect day
tu lo chiamavi “il giorno perfetto”. lo chiamavi così con assoluta naturalezza, con assoluta e scarna purezza, come chiamavi “micio” il gatto o “réclame” la pubblicità. per te era semplicemente ovvio che nella mia vita, quella vita che amavi più di ogni altra vita, “il giorno perfetto” sarebbe arrivato. per te era una questione di tempo, non di fortuna, ma io ti assecondavo poco. anzi: non ti assecondavo affatto. sapevo leggere soltanto l’ingenua e onesta miopia del cuore, dentro il pronostico del “giorno perfetto”, e tagliavo corto, mimetizzando ruvidamente la tenerezza. ruvidamente e stupidamente. credo fosse pudore, l’impacciato pudore che tutti i nipoti provano di fronte agli eccessi d’amore delle nonne, però adesso non ha importanza: adesso vorrei perdermi nel tuo abbraccio e nelle tue lacrime felici. vorrei sbarazzarmi del pudore, finalmente, e vorrei piangere assieme a te. ridere forte assieme a te. sì. vorrei. nessuno può capire quanto lo vorrei, quanto vorrei gridarti che avevi ragione tu. cazzo. ma non ce la faccio a mentirti, angelo mio. non ce la faccio a dirti che “il giorno perfetto” è arrivato, non ce la faccio proprio, perché senza di te questo piccolo grande 2 novembre 2006, sebbene dolce e prezioso, resta unicamente un piccolo grande giorno.
matteo