simon le bon è sempre stato un ciccione / 2
her name is rio and she dances on the sand - trieste, 21 giugno 2005
(continua)
simon le bon è sempre stato un ciccione
trenta: senti… ma chi cazzo è quella vecchia?
paoletta: quale vecchia?
trenta: la tipa dietro a simon. la bionda vestita di bianco.
paoletta: è nick rhodes!
trenta: ah…
(continua)
...don’t save a prayer for me now...
(la macchina del tempo)
31 anni (suonati)
quando sei ragazzo non te ne frega un cazzo
se son le tre di notte vabbè chi se ne fotte
domani si vedrà
qualcuno si alzerà
oppure
quando sei ragazzo parli come mangi
dormir nel sacco a pelo con gli occhi verso il cielo
ti dà la libertà e ti purifica l’anima
ma anche
quando sei ragazzo non ti spaventa un cazzo
sai sempre cosa fare non ti vuoi fermare
perché ci piace vivere
nome e cognome: simone tomassini
nome d’arte: simone
data di nascita: 11 maggio 1974
professione: cantante (?)
segni particolari: non è uscito vivo dalla pubertà
tòh, chi si rivede!
quella vecchia baldracca di crudelia
(raiuno, ore 21)
credo sia sufficiente aver compiuto cinque anni per bocciare senza riserve “la carica dei 102”, spaventoso passo falso della scuderia disney. e, forse, basta essere ancora dei poppanti per trovare insopportabili i vari personaggi creati (o riciclati) dal pigrissimo team di sceneggiatori... può sembrare una gigantesca banalità, d’accordo, ma va scritta ugualmente: gli unici a salvarsi, qui, sono i dalmata! certo non si salva la vecchia zitella isterica crudelia demon, tratteggiata a forza di smorfie da glenn close, non si salva la zuccherosa coppietta kevin-chloe, non si salva neppure il barbaro stilista jean pierre le pelt, cui gérard depardieu ha inspiegabilmente ceduto la propria stazza extra-large. e non parliamo, poi, dell’odioso pappagallo garibaldi, affetto da logorrea e doppiato in napoletano (perché?!?) da francesco paolantoni: l’unico animale sul pianeta che convertirebbe un vegetariano (anzi: un vegano) alle gioie della cucina carnivora…
kevin lima, già regista del “tarzan” animato, impagina il filmaccio con mestiere e qualche idea simpatica (l’allucinazione di crudelia, quando vede londra maculata), però la storia fa cagare e l’ammiccamento paraculo a “lilli e il vagabondo” rende ancora più molesta la plateale carenza di idee... ma chi se ne fotte della collezione di pellicce della signora demon? chi se ne fotte del suo antico sogno, l’ormai celebre pelliccia di cuccioli (aggiornata al desiderio di un cappuccio, tanto per giustificare la preda numero 102)? si sono rotti le palle anche i santi, di fronte a un’ostinazione così patologica. e gli spettatori, è risaputo, non aspirano alla santità.
tòh, chi si rivede!
gli uomini bassi con il soprabito giallo
(raitre, ore 21)
come ogni outsider che si rispetti, anche il bellissimo “cuori in atlantide” è apparso senza fare troppo rumore. anzi: di rumore non ne ha fatto proprio, considerando poi l’enorme sfiga di approdare sugli schermi assieme al monumentale “signore degli anelli”! tratto dall’omonimo romanzo di stephen king (più precisamente, dal primo blocco narrativo: “uomini bassi in soprabito giallo”), e sceneggiato dal grande veterano william goldman, il gioiello di scott hicks non sbaglia neanche una mossa: ottima direzione degli attori (uno più bravo dell’altro: da anthony hopkins ai due giovanissimi anton yelchin e mika boorem), ottima padronanza della macchina da presa. ma, soprattutto, ottima conoscenza della regola fondamentale: essere abbastanza fedeli alla pagina scritta per non stravolgerla e, contemporaneamente, esserle abbastanza infedeli per garantirle nuova vita. nuova vita che, attraverso la magica e dolce metafora di atlantide, ci riporta ai magici e dolci luoghi della pre-adolescenza.
chi è il misterioso ted brautigan? da cosa sta cercando rifugio? qual è il suo segreto? l’undicenne bobby, orfano di padre e allevato da una madre distratta, non tarderà a trovare le risposte. e non tarderà a diventare amico del vecchio ted, amico e complice, scoprendo in fretta che i desideri non possono modificare il corso degli eventi e che il tempo degli adulti scivola via molto diversamente dal tempo dei ragazzini... no, non lasciatevi ingannare dalla griffe: “cuori in atlantide” non è un horror e non è neppure un thriller. appartiene, invece, al filone minore di stephen king, quello più poetico e intimista. quello più nostalgico. è un racconto di formazione, emozionante e delicato, dove l’addio all’età dell’innocenza corrisponde alla dolorosa conquista di un’inattesa consapevolezza: i veri mostri si nascondono dietro la maschera della normalità. quotidiana e domestica.
god bless america!
diversamente dai titolisti italiani, che più traducono a cazzo di cane e più si sentono realizzati, i titolisti americani trattano con grande rispetto le opere d’importazione. e così, nello stesso modo, agiscono i promoter, dimostrando grande rispetto sia per gli autori che per il pubblico…
We weren’t really sure what the word "Culo" meant so we did some digging around.
Here is what we found out:
culo m
1 familiar (trasero) backside, butt, bottom
2 (de recipiente) bottom
And now it all makes perfect sense because these super fine Latina chicatas take it up the ass with such enthusiasm! And they keep coming back for more!
no, dico: non trovate semplicemente meraviglioso, tuttociò?
madri, figli, sms
-ho dimenticato da te il disco di rousseau?
-dubito che rousseau incidesse dischi…
-non fare lo scemo! non mi ricordo come si scrive!
-roussos. demis roussos.
-ho dimenticato da te ROUSSOS?
-ecco chi era quell’omaccione seduto sul divano!
-cosa ho fatto per meritarmi un figlio stupido?
-ascolti musica di merda!
-non capisci niente. ciao.
-ciao.
(che figa la mia mamma)
killing fellini
c’è una stanza. al centro della stanza c’è una tavola apparecchiata. e attorno alla tavola apparecchiata ci sono tre uomini che parlano di cinema. il primo è un fighetto: si capisce da come snobba i salatini, pur andandone ghiotto. il secondo, invece, è una persona normale: si capisce da come divora i salatini, pur trovandoli orrendi. il terzo, infine, sembra estraneo a qualunque dilemma gastronomico: “perché non lo dice mai nessuno?”, chiede, gesticolando nervosamente. “perché bisogna stare zitti?”.
il primo, giocoforza, non ha dubbi: “contestare un maestro significa non capire la sua arte”. il secondo, invece, di dubbi ne ha parecchi. e proprio per questo sceglie di stare in silenzio: “io non capisco la sua arte, dunque non esprimo giudizi”. il terzo, infine, ha semplicemente ragione. così tanta ragione, ma così tanta, che dev’essere subito disinnescato. normalizzato. archiviato come “provocatore”. come “incompetente”. o, nella migliore delle ipotesi, come “burlone”…
già. perché non lo dice mai nessuno? perché bisogna stare zitti? perché di fronte a certe cattedrali, a certi sacerdoti, il diritto di critica si traduce automaticamente in bestemmia? troppo facile scaricare la colpa sulla potentissima lobby degli (pseudo)intellettuali: la colpa è solo di chi tace. di chi subisce passivamente i ricatti (pseudo)accademici, autentico motore delle sette arti, preferendo appellarsi a una generica inadeguatezza culturale piuttosto che esporsi all’indignatissimo linciaggio radical-chic.
e allora diciamolo. anzi: scriviamolo. scriviamo, senza paura di apparire fantozziani e blasfemi, che i film di fellini sono una terrificante mazzata sui coglioni! scriviamo che “otto ½” devasta il sistema neurovegetativo e che “la città delle donne” è purissima vivisezione! scriviamo che “prova d’orchestra” induce gravi stati allucinatori e che “la dolce vita” meriterebbe, da sempre, il pubblico rogo! scriviamo pure che marcello mastroianni è meno espressivo di un paracarro, molto meno, e che ciccio ingrassia, appollaiato sull’albero di “amarcord”, provoca un desiderio quasi pornografico: possedere un fucile di precisione!
sì. noi scriviamo questo. e questo vorrebbe dire il terzo uomo. e lo dice. lo dice, smettendo di gesticolare, mentre il fighetto e la persona normale iniziano a scambiarsi sguardi carichi d’imbarazzo: “i film di fellini sono una terrificante mazzata sui coglioni!”. ecco. una frase, una bella frase, che spazza via slogan di casta e timori totemici. bla bla bla salottieri e mugugni clandestini. dogmi vigliacchi (“contestare un maestro significa non capire la sua arte”) e alibi di cristallo (“io non capisco la sua arte, dunque non esprimo giudizi”)…
c’è una stanza. al centro della stanza c’è una tavola apparecchiata. e attorno alla tavola apparecchiata, ora, non ci sono più tre uomini che parlano di cinema: ci sono due luoghi comuni, gli stessi di prima, e c’è finalmente anche uno straccio di buonsenso.
© noluogo - per gentile concessione di me medesimo
noluogo (n.14)
era una gioia appiccare il fuoco.
era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse.
la temperatura?
alice non lo sa
(e non lo vuole nemmeno sapere)
...mi presentarono i miei cinquant'anni
e un contratto col circo "pace e bene"
a girare l'europa...
angela canta e rory batte
durante il weekend non ho semplicemente fatto finta di lavorare: ho anche visto due film davvero molto belli. e quando ti capita di vedere due film davvero molto belli, forse bellissimi, poi le palle ti girano di meno se hai lasciato le finestre lietamente spalancate e il nubifragio assassino ti ha pompato dentro casa immani quantitativi d’acqua (assieme a foglie, terra, chicchi di grandine)…
dicevo: “quo vadis, baby?” mi è piaciuto perché amo salvatores, lo amo proprio, e resto immancabilmente conquistato dalla sua fertile capacità di raccontare qualunque storia abbia voglia di raccontare, mentre “sin city” mi è piaciuto perché straripa di fighe spaziali, tipo jessica alba o rosario dawson, e perché straripa di sana ultraviolenza, tipo bruce willis che spappola un pervertito a mani nude o elijah wood che defunge male male male con evidente rimpianto per le scampagnate di frodo baggins.
ci sarebbero tantissime cose da aggiungere, ovviamente, però la pigrizia mi stordisce e ne aggiungo soltanto un altro paio: il glorioso ritorno della signorina angela baraldi, con quella meravigliosa faccia da schiaffi e quella cazzo di voce notturna (che brividi, sentirla cantare “impressioni di settembre”), e la simpatica nemesi di rory gilmore, da studentessa mammona a mignotta professionista. mammona pure qui, eh, nella vecchia “sin city”, ma cristo: un trauma definitivo, per noi estimatori delle “gilmore girls”!
(buone visioni)
sicilia bedda
dice: a che punto sei con la recensione?
dico: ultimi ritocchi.
poi spengo il cellulare e guardo il monitor:
...mamma giamaica ha aperto una scintillante succursale ai piedi dell’etna, ma parlare di ska e di rock-steady è abbastanza riduttivo: una sintesi necessaria, più che altro, sollecitata da un elegantissimo catalogo sonoro dentro cui pulsano accenti di mambo, di swing, di jazz, di funk, di dub e di morbide nostalgie melodiche. il resto, in equilibrio tra l’insistita auto-ironia del mafia’s style e l’immancabile sarcasmo against the system, è pura potenza scenica: il “piccolo teatrino della famiglia aretuska”, come lo chiama roy paci, sprigiona un efferato dosaggio di ritmo e di perfezione esecutiva, travolgendo qualunque ascoltatore (spettatore) con una vitalità che lascia stupefatti...
mi mancano tipo cinquanta righe.
ultimi ritocchi un cazzo!
è che proprio non ho voglia di lavorare, oggi…
oui, je suis technophobe
cosa succede quando un vecchio bolscevico disilluso prende (pubblicamente) le difese di un vecchio liberale altrettanto disilluso? succede che il vecchio bolscevico aiuta (accidentalmente) il vecchio liberale a togliersi dalle palle anche una vexatissima quaestio. e gli risolve la vita! sappiatelo: chi mi domanderà “perché?”, in futuro, non si sentirà più rispondere con il solito “bòh?” ma con una densa bugia...
-perché non hai la patente?
-perché sono un luddista, cazzo!
(grazie per il post, vecchio bolscevico)
homevideo / “wonder boys”
stupidamente ignorato in patria, “wonder boys” è uno di quei film che restano a farti buona compagnia dopo la visione: non puoi archiviarlo subito, resti a pensarci sopra. e più ci pensi, più ti dispiace che non sia perfetto... la lista dei pregi è lunga, dalla notevolissima sceneggiatura di steve kloves alla fotografia mozzafiato di dante spinotti, così lunga che non è facile spiegare cosa le impedisca di prevalere sulla lista dei difetti. anzi: difetti evidenti non ce ne sono, a dire il vero, se si esclude un finale zuccheroso e qualche stravaganza di troppo... il problema è concentrato nella regia, formalmente impeccabile, di curtis hanson (ricordate il magnifico “L.A. confidential”?): una regia che sorveglia il perimetro narrativo senza mai decidersi a fare irruzione, proprio come un detonatore che si ostina a rimandare l’appuntamento con la bomba.
prima di essere una bella commedia, insomma, “wonder boys” è un cult-movie mancato. un piccolo capolavoro che, a differenza di “american beauty”, non sa diventare grande: sembra addirittura spaventato dall’idea di concedersi un’impennata o uno strappo... nemmeno il professor grady tripp, del resto, sa diventare grande: ora insegna all’università, d’accordo, però colleziona divorzi, fuma tonnellate d’erba e, soprattutto, non riesce a concludere il suo secondo romanzo (sono già passati sette anni dalla pubblicazione del best-seller che lo ha reso famoso). il fronte didattico, tuttavia, non è avaro di soddisfazioni: due giovani allievi del corso di scrittura, hannah e james, promettono bene. molto bene. james, in particolare, è un autentico ragazzo prodigio, un “wonder boy” che non conosce il panico da foglio bianco...
i libri non contano più niente per nessuno ripete stancamente grady, afflitto da una disillusione quasi cronica, ma l’inattesa vicinanza di james non stenta a terremotare ogni pigra certezza (editoriale, esistenziale, morale): bastano pochi giorni. e quando grady si troverà finalmente ad ammettere ho ripreso conoscenza, dopo un bizzarro weekend affollatissimo di eventi, si troverà anche a dover ricominciare da zero: solo una sana ventata di nuovo disordine, infatti, può sgretolare un vecchio disordine ormai diventato norma quotidiana (le cose sono cambiate garantisce bob dylan nella splendida canzone dei titoli). assieme alle duemila pagine di un romanzo nato morto, dunque, volerà via la sorridente immaturità dell’ex “wonder boy” grady tripp, disegnata da un memorabile michael douglas...
boia chi molla!
Da: xxxxxxxxxx
Data: mercoledì 1 giugno 2005 13.59
A: Trentamarlboro
Oggetto: La mia decisione.
Ciao, Trentamarlboro,
ho potuto leggere solo oggi i tuoi post del 5 e del 6 aprile, nei quali ti dichiari «veteroliberale» e nei quali parli, anche, del tuo «vecchio culo reazionario», e sono rimasta senza parole. Non metto in discussione il fatto che ciascuno di noi sia libero di esprimere il proprio orientamento politico, ma la mia coscienza ideologica m’impone di non continuare a tenere tra i miei link quello di un fascista.
xxxxxxxxxx
cara xxxxxxxxxx,
vorrei dedicarti grande attenzione, perché la tua lettera è davvero splendida, ma purtroppo non mi basta il tempo: tra mezz’ora vado a sprangare qualche barbone con i miei amici naziskin e più tardi, appena fa buio, vado a incendiare un campo nomadi… ti dispiace se ti scrivo domani? non avrò molto da fare, tranne radermi i capelli e tatuarmi una svastica sul culo.
trentawermacht
(titoli scartati: “la mamma dei cretini”, “aria di democrazia”, “ma flavia vento non era figlia unica?”)