
non smetterò mai di sperare che tiziano ferro venga travolto da una carica di cinghiali...
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chi snobba le piccole antenne?
tra i peggiori motivi d’imbarazzo che affliggono quotidianamente certi friulani, consumatissimi acrobati del melodramma, spicca senza dubbio il rapporto con l’emittenza locale. un rapporto complicato, spesso addirittura clandestino, che mi farebbe sorridere se non mi facesse incazzare… qual è il problema? cosa rimane veramente in tavola, cioè, accantonando subito il sacrosanto diritto allo zapping selvaggio (radiofonico o televisivo che sia)? rimane un approccio stupidamente privo di fiducia. ecco. rimane questo. un approccio snob, molto frettoloso e molto salottiero, che giudica superfluo l’esercizio della curiosità prima di puntare il dito e di condannare...
già. condannare. vergognarsi perché uno speaker (radiofonico o televisivo che sia) ammorba la nobile platea con la sua “micidiale cadenza”. vergognarsi perché l’appeal complessivo (radiofonico o televisivo che sia) rasenta l’effetto-kroda più di quanto rasenti l’effetto-mediaset. e via delirando. e via dimenticando che tutte le piccole antenne d’italia, provinciali e metropolitane, sono geneticamente sorelle. e via dimenticando che comunque, biologia a parte, l’autentica diversità si gioca poi sul piano strettamente qualitativo. non sul piano estetico. non soltanto, almeno, con buona pace dell’mtv-generation e della dilagante fighetteria che le cresce attorno…
assolviamo i ragazzini, liberissimi di tenere spenti i neuroni, ma si può concedere lo stesso privilegio al popolo dei maggiorenni? no, non si può! scegliere di non bazzicare l’emittenza locale è assolutamente legittimo, nessuno discute: è lo sputtanamento a scatola chiusa, però, che di legittimo non ha nulla. è l’ansia, pigramente aristocratica, di enfatizzare un distacco fiero e cretino. una sciocca lontananza, una sciocca non-appartenenza, che prescinde ottusamente dai singoli palinsesti. che nemmeno li conosce, i singoli palinsesti! che scambia telefriuli per canale 55, radio spazio 103 per onde furlane. proprio come fanno quelli che scambiano udine per aosta o tutto il nordest per una distesa uniforme di nevai…
giunti fino a qui, la necessità di una domanda diventa impellente: chi cazzo sono, allora, i frequentatori abituali delle piccole antenne? sì, chi cazzo sono? dati d’ascolto alla mano, dati grossi, risulta chiaro che parecchi “acrobati del melodramma” pensano male e razzolano malissimo! del resto, tra un delirio e l’altro, inutile stupirsi: c’è chi stigmatizza pubblicamente la pornografia, saccheggiando privatamente i sexy-shop, e c’è chi fa lo stesso con le piccole antenne! o no? beata imbecillità…
imodium
…ferma la diarrea
prima che la diarrea ti fermi…
immagino il brain storming.
immagino l’art director.
immagino il copy.
immagino la loro grande soddisfazione.
ma non voglio immaginare anche la loro grande parcella.
no…
ho sempre trovato criminale chi fa i soldi con slogan di merda, figuriamoci chi li fa direttamente con la merda!
fine primo tempo
grazie, piccola.
grazie di cuore.
è stato fondamentale averti con me…
manutenzione della virilità
trenta (salendo in macchina): cazzo è quella faccia?
maestro (spegnendo l’autoradio): ho appena sentito una notizia assurda.
trenta: cioè?
maestro: a quanto pare, ci sono moltissimi uomini che si rasano le palle!
trenta: per motivi estetici?
maestro: sì.
trenta: porca troia! pensa al bruciore… al prurito…
maestro: e tu pensa al mio parrucchiere, invece, che si depila l’uccello!
trenta: l’uccello?
maestro: dice che lo eccita vederselo così… bòh…
trenta: non ci sono più i parrucchieri di una volta.
zapping
mia moglie è l’unica spettatrice italiana di “west wings”.
io, invece, sono innamorato di “csi”.
mi sto innamorando di “six feet under”.
e ho appena deciso che “taken”, proprio come i suoi marzianetti, rompe dannatamente i coglioni…
my name is… giovannone
il suo nome, detto o scritto per intero, suonerebbe così: teatro nuovo “giovanni da udine” di udine. un nome che, geneticamente, si trascina dietro l’inevitabile destino di tutti i nomi chilometrici: la condanna all’abbreviativo o, peggio ancora, al nomignolo… le due varianti più frequentate, sia dagli spettatori che dai media, non lasciano margini d’equivoco: “teatrone” e, addirittura, “giovannone”! peccato, vero? poteva andarci un po’ meglio, dopo tanta ginnastica di pazienza, ma cultura e marketing non sempre fanno rima. e, sicuramente, non fanno rima in questo caso, dove il talentuoso allievo di raffaello ha sbaragliato rivali agguerritissimi del calibro di pasolini e turoldo. sbaragliando appunto, con loro, un ritorno d’immagine forse più banale ma felicemente immune dal rischio dell’abbreviativo e del nomignolo… insomma: chi avrebbe mai azzardato soluzioni horror come “paso” o “turo”?!?
comunque sia: il teatro nuovo, nel breve arco di sei stagioni, ha ridisegnato il legame tra pubblico e palcoscenico. un legame già saldo, saldissimo, idealmente rappresentato dall’eterno duello avanguardia/tradizione e schematicamente delegato alle due massime forze territoriali (ert e css). l’ha ridisegnato, sì: non soltanto in termini numerici, e parliamo di cifre clamorose, ma anche in termini di pura emotività… aperto ufficialmente il 18 ottobre 1997, il colosso di via trento rappresenta infatti l’avverarsi di un sogno che noi friulani abbiamo atteso per molti decenni. un sogno che, dopo la demolizione del “puccini”, pareva obbligato a prolungarsi nel tempo simultaneamente al gagliardo paradosso di “una città dei teatri, una città senza teatro”: parecchi spazi alternativi per assorbire la massiccia e crescente offerta artistica, ma nessun edificio più grande di un auditorium per contestualizzarla nel migliore dei modi…
numeri da una parte, dunque, ed emotività dall’altra. un legittimo senso d’orgoglio, un legittimo senso di appartenenza, che ha progressivamente deposto le normalissime connotazioni mondane per tradursi in autentica familiarità. in autentica fruizione quotidiana. o preferiamo davvero credere, abbracciando un teorema duro a morire, che il teatro nuovo sia semplicemente un “salotto borghese” e che migliaia di persone ci vadano semplicemente con l’obiettivo di “farsi notare”? io, da inguaribile romantico, non simpatizzo per le formulette prêt-à-porter e non simpatizzo nemmeno per i didatticismi ex cathedra. anche perché, calendario alla mano, mi pare abbastanza evidente che gli anni settanta siano finiti da un pezzo…
homevideo / “basic”
è sicuramente una cattiva abitudine parlare di un film citandone un altro, d’accordo, ma nel caso dell’ottimo “basic” è anche inevitabile: la parentela con “i soliti sospetti”, parentela strettissima, va dichiarata subito. senza girarci attorno. sia per allertare i devoti aficionados di kaiser soze, a bocca asciutta dal ’95, sia per allertare tutti gli altri sulla necessità di una visione lucida e attenta... “possiedono l’arma più pericolosa: l’inganno”, recita la locandina, ed è meglio crederci: ogni cosa fa rima con “inganno”, qui, a partire dall’estetica militare. un’estetica, e dunque un contesto, che dirotta la concentrazione verso iconografie note, quasi familiari, divertendosi poi a negarle o a scavalcarle...
l’astuto giocattolo di john mctiernan, proprio come i suoi personaggi, non è mai ciò che sembra. mai! non è “la figlia del generale”, non è “codice d’onore”, non è neppure un thriller in senso stretto. l’unico interrogativo che ci si deve porre, infatti, non è il classico “chi è stato?”, quanto piuttosto un ampio e avido “cos’è successo?”.
sì. cos’è successo, cos’è successo realmente, alla pattuglia del granitico ufficiale west? perché una normale esercitazione si è tradotta in una mattanza? perché i due superstiti raccontano due verità incompatibili? e perché a spalleggiare le indagini del soldato-poliziotto julia osborne viene convocato il veterano tom hardy, ora chiacchieratissimo agente della dia? lo sceneggiatore james vanderbilt, bravo e dispettoso, nicchia amabilmente per un’ora e mezza, delegando le risposte (tutte le risposte) ai cinque minuti finali… accettate la sfida?
cose che mi mancano
l’orecchino, poi, me lo sono messo.
il tatuaggio, poi, me lo sono fatto.
anzi: me ne sono fatti due.
il primo raffigura un gruppetto di pesci tropicali.
e non vuol dire un cazzo.
il secondo, invece, è un ideogramma.
e, se non altro, corrisponde all’iniziale del mio nome.
credo…
in realtà, l’ho copiato da un manga.
che margine di certezza pretendo?
per quanto ne so, potrebbe anche voler dire “culo in vendita”.
pazienza.
corro il rischio e ci dormo sopra…
del resto, ho sempre dormito bene.
dormivo bene da bambino.
dormo bene oggi.
punto.
mi dispiace soltanto di non ricordare i sogni.
mi dispiace parecchio.
non saprò mai se cameron diaz ha tentato di sedurmi.
non saprò mai se ho salvato la terra dai meganoidi.
non saprò mai se chicco è venuto a salutarmi…
chicco.
sei venuto, vero?
e cosa mi hai detto?
sei soddisfatto di me?
ti ho deluso?
non passa giorno senza che io ci pensi.
senza che io ti pensi.
senza che il mio pensiero ti cerchi.
ma non riesco più ad assegnarti una fisionomia compiuta.
non sei una faccia.
non sei un corpo.
sei una voce che ha perso qualunque consistenza sonora…
tredicianni.
dopo tredicianni, chicco, sei…
sei una percezione.
una percezione dolce e forte.
ti sento come posso sentire un sorriso.
ecco, sì, un sorriso.
il sorriso del tempo…
a volte mi sembra un regalo bellissimo.
preziosissimo.
a volte mi sembra meno di zero.
mi sembra quasi una rassegnazione colpevole, la mia.
un triste compromesso con la memoria…
e allora vorrei saperla risentire, cazzo, la tua voce.
vorrei saperla cantare dentro di me.
vorrei saperti restituire una faccia.
un corpo.
una gestualità.
un odore…
mi manchi.
mi manca tutto quello che non abbiamo fatto.
e che non faremo.
mi manca tutta la musica che non abbiamo ascoltato.
e che non ascolteremo.
mi mancano tutti i vaffanculo che non ci siamo scambiati.
e che non ci scambieremo…
sei soddisfatto di me?
ti ho deluso?
mi mancano queste due risposte, chicco.
mi mancano più di tutto.
mi manca l’assoluta certezza di non esserti sopravvissuto inutilmente.
di non aver gettato via la fortuna.
le risorse.
le occasioni…
ciò che vedo, guardandomi, è l’immagine di un vecchio ragazzo.
un’immagine che ho imparato ad apprezzare.
e tu?
tu cosa vedi, guardandomi?
ho iniziato a diventare grande quando sei partito, chicco.
tredicianni fa.
e sono diventato grande da poco.
da pochissimo.
da quando, finalmente, ho aperto gli occhi.
da quando, finalmente, ho capito.
diventare grandi…
diventare grandi significa andarsi a riprendere la giovinezza.
semplicemente questo.
ma volando lo stesso volo con altre ali.
ali nuove e diverse.
(a chicco.
perché senza di lui continua a fare buio più presto)
la fine di un’epoca
esther?!?
cioè, no, fatemi capire bene…
stiamo assistendo all’abiura con la “a” maiuscola, che galileo se la sogna un’abiura così, e nessuno dice un cazzo?!?
ma vaffanculo, signora ciccone, va…
elogio del metallaro doc
notare, lo noti ancora. anzi. lo noti anche di più: era un’eccezione vent’anni fa, in mezzo ai troppi soldatini best company, figuriamoci adesso, in mezzo all’esercito delle pseudololite (ma papà ti manda sola?) e dei cloni flower power… tutti. li ha seppelliti proprio tutti. pacificamente. pazientemente. pigramente. iterando se stesso attraverso il ricambio generazionale, e culturale, ma non certo attraverso la moda. perché lui, il metallaro doc, di moda non è stato mai!
ha seppellito i paninari. ha seppellito i new romantic. ha seppellito i cugini dark. ha visto nascere e morire il grunge, quello vero, e centinaia di fenomeni streetlife. ha visto degenerare la scena heavy, quella vera, e ha dovuto trangugiarsi le madornali pagliacciate di marilyn manson o degli slipknot (perdonali, nonno ozzy, perdonali)… lui, però, ha sempre tenuto botta. lui, il metallaro doc, tiene sempre gagliardamente botta. e quando l’esercito delle pseudololite e dei cloni flower power avrà ceduto le armi al prossimo trend, lui non si sarà spostato di un millimetro. neppure di mezzo millimetro. scommettiamo?
fatalmente liquidato come tamarro negli ‘80, e bellamente ignorato nei ‘90, il nostro antieroe continua a viaggiare contromano. controtempo. e continuerà a viaggiare così, così libero, almeno fino a quando i suoi coetanei rinnoveranno l’errore di snobbarlo. di ghettizzarlo. di considerarlo, al massimo, un eccentrico oggetto d’antiquariato… lui, il metallaro doc, broncio perenne e chioma oversize. lui, il metallaro doc, tempesta di decibel e magliette cattive. lui, il metallaro doc, motorino truccato e moschettoni scintillanti. lui, il metallaro doc, fiumi di birra e tonsille d’acciaio. lui, il metallaro doc, ostinatissimo discepolo dei black sabbath e di bruce dickinson…
chissà. un brutto giorno, forse, la moda allungherà le mani e normalizzerà velocemente la situazione. sdoganerà gli orpelli del nostro antieroe. trasformerà il nostro antieroe in un “ggiovane” e gli orpelli in ghiotto merchandising popolare (sorte già toccata alle peggiori schifezze gotiche). spazzerà via, insomma, gloriosi decenni di puro e sano menefreghismo… un brutto giorno. forse. ma per il momento, comunque sia, il metallaro doc resta tale. e non importa quanto ci sembri anacronistico oppure, semplicemente, truzzo: è il suo senso dell’identità, dell’appartenenza, che ci dovrebbe interessare. un senso che l’anonimo esercito delle pseudololite e dei cloni flower power non può e non sa capire…
superquark
sandra: uhm…
trenta: che c’è?
sandra: devo fare la pipì.
trenta: sono felice per te!
sandra: tu scherzi, ma la pipì è una storia che uno deve espellere.
trenta: scientificamente ineccepibile, stilisticamente inarrivabile…
tòh, chi si rivede!
le figone del “coyote ugly”
(raidue, ore 21)
vi sarà sicuramente capitato, o vi capiterà, di pronunciare almeno una volta la fatidica frase “oh, che persona carina... peccato sia tanto stupida!”. ecco: è la stessa frase che viene in mente dopo aver visto “le ragazze del coyote ugly”. un filmetto carino, appunto, che non fa nulla (ma proprio nulla) per sembrare anche intelligente! colpa di una regia senza spina dorsale, certo più adatta ai parametri del piccolo schermo (david mcnally arriva dalla pubblicità). e colpa, soprattutto, di una sceneggiatura mostruosamente sciatta (gina wendkos, invece, arriva dal teatro)...
intendiamoci: nessuno pretende originalità dalla storia di violet, giovane donnina di provincia che lascia il paesello e tenta di sfondare a new york come cantautrice (mcnally, purtroppo, non fa economia di quadretti leziosi: violet compone le sue stronzate sul tetto di casa!). pretendere coinvolgimento, però, ci sembra lecito, ed è qui che la commedia sbaglia mira... se il vecchio “flashdance” non perde mai di vista ciò che racconta, disegnando con furbissima attenzione la parabola di alex (da operaia metallurgica a possibile star), l’avventura di violet rimane quasi sempre in secondo piano: è il “coyote ugly”, infatti, l’autentico protagonista. un mega-saloon dove l’acqua è severamente fuorilegge e il bancone un torrido palcoscenico per le cameriere/ballerine (tre figone pazzesche)!
di cosa vuole parlarci, insomma, il signor mcnally? delle stravaganze notturne made in usa, dei sogni di gloria della dolce violet (piper perabo) o magari soltanto della tenera love-story con il tamarro kevin (adam garcia)? non lo sapremo mai, ovviamente, e non sapremo mai perché cazzo il grande john goodman (gloriosa icona della banda coen) si sia prestato al ruolo di papà bill... sappiamo, tuttavia, che “le ragazze del coyote ugly” annaspa per un’ora e mezza e non riesce a decollare, esagerando con lo zucchero e affidando i momenti migliori alle notevolissime coreografie di trevis payne. nient’altro da segnalare, tranne (forse) la presenza di maria bello: una notizia che farà sicuramente piacere agli estimatori di “e.r.”, ammesso che siano pronti a vedere la dottoressa dell’amico in versione country.
dilettantismo parrocchiale
…da tutti gli imbecilli d’ogni razza e colore
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore
da visionari e martiri dell’odio e del terrore
da chi ti paradisa dicendo “è per amore”
dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore!”
libera nos domine…
se ti concentri patologicamente sul re, e non tieni d’occhio tutti gli altri pezzi, basta anche un semplice pedone per azzannarti il culo…
mai giocato a scacchi, fassino?
sarebbe questa la tua clamorosa vittoria?
no, dico, sarebbe questa?
eh?
stufo marcio di sentirmi così dannatamente solo, nel mio partito-che-non-c’è, ma felice di non esserti compagno.
anzi: kompagno.
felicissimo…
luglio ‘91
quarantacinque sessantesimi.
e adesso?
bèh, adesso potrei mettermi l’orecchino.
oppure potrei farmi un tatuaggio.
non ho ancora deciso.
ci devo pensare.
devo pensare a un sacco di cose…
lettere moderne, per esempio.
è la scelta giusta?
siamo sicuri?
strategicamente, intendo.
so bene che la sfera di cristallo dice lettere moderne dal 1971, però la prospettiva dell’accattonaggio mi lascia vagamente perplesso…
statistiche.
“io oooodio” le statistiche, direbbe un puffo di cui mi sfugge il nome.
puffo cagacazzo?
no, non posso accettare che una percentuale disegni la mappa del mio futuro.
percentuale agghiacciante, d’accordo.
ma dovrei iscrivermi a ingegneria solo perché un numeretto prefigura scenari da fame nera?
dubito, poi, che una caparbia media quinquennale del 3½ mi sarebbe di conforto!
magari lo chiedo al diretto responsabile.
l’illustre matematico ***.
camera mia.
notte fonda.
occhi chiusi.
walkman e cuffie.
“puta’s fever”, mano negra.
non ho sonno.
devo pensare…
giurisprudenza, come fabrizio?
no, grazie.
piuttosto imparo a memoria una ventina di elenchi telefonici, che poi è quasi la stessa cosa.
quasi.
gli elenchi, oggettivamente, sono molto meno noiosi.
ti puoi sempre imbattere in qualche cognome tipo “culetto”.
o “bocchino”.
devo pensare.
non ho sonno.
ma ho abbastanza sigarette.
fuori è temporale.
la pioggia scherza con i vetri della finestra.
e non riesco a capire se mi sento bene o no…
forse ho solo paura.
sto diventando grande, a quanto sembra.
e allora penso.
penso agli occhi di ale.
(dieci decimi di sbalorditivo ghiaccio azzurro)
ai suoi capelli biondi raccolti a coda.
(non ricordo: li ha mai sciolti?)
a tutte le volte che mi ha detto “fumi troppo”.
a tutte le volte che non mi ha detto “ti voglio bene”…
penso.
penso che ci sono un sacco di cose che stanno per cambiare.
per modificarsi.
continuerò ad assomigliarmi o diventerò uno stronzo qualunque?
i leoni riusciranno a raggiungermi o saprò essere ancora una gazzella?
e poi…
poi ci sono le cose che smetteranno di ritornare.
lentamente.
silenziosamente.
cose minuscole.
cose che mancheranno.
ma senza fare troppo male…
i bigliettini lanciati da un banco all’altro.
le gite.
gli svarioni dei prof.
le cicche fumate in cesso…
altra cassetta.
“rimini”, de andrè.
penso.
sto pensando a chicco.
sono già passati due mesi…
immagino fiori.
fiori bellissimi, da quattro lire.
e mamma lucia che li infila dentro la vaschetta.
uno per uno.
ogni giorno fiori diversi.
bellissimi.
da quattro lire…
dopo il funerale non ci sono più tornato.
mi basta sapere che chicco è là.
da qualche parte.
dietro il cancello di ferro battuto.
a scrivere poesie…
i suoi vent’anni sono anche i miei vent’anni.
e non permetterò a nessuno di rubarmeli.
non permetterò a nessuno di sporcarmeli.
non permetterò a nessuno di venirmi a raccontare che la corsa della gazzella dura poco.
no.
perché l’ho promesso a chicco…
psicologia maschile
maladoror: il mondo attraversa una crisi profonda. la guerra in iraq, la minaccia del terrorismo internazionale, la recessione post undici settembre, l’europa divisa, la fame e le carestie del terzo mondo: difficile rimanere indifferenti, davanti a tutto questo. lei si fa le pippe?
trenta: non potrei mai farne a meno: sono un abitudinario compulsivo. tra l’altro, ho un “submariner” a carica meccanica automatica (sei contento, poeta?) e lo tengo sul polso destro...
(qui la versione integrale)
psicologia femminile
veronica: raccontala tutta, forza... ti sei tagliuzzata solo perché volevi rivedere quel cazzo d’infermiere!
daria: no, giuro! volevo proprio farmi male…
veronica: giuri? bèh… la prossima volta che hai voglia di farti male, tesoro, depilati la topa con il silk-epil!
dietro ogni scemo c’è un villaggio
…per stupire mezz’ora basta un libro di storia
io cercai d’ imparare la treccani a memoria
e dopo maiale majakowsky malfatto
continuarono gli altri fino a leggermi matto…
io non appartengo alla nobile parrocchia dei bravi bambini: non ho scelto il servizio civile perché l’angioletto del pacifismo universale mi ha baciato sulla fronte. parafrasando de gregori, tra la naja e la noia avrei scelto volentieri l’america… ma quando la cartolina azzurra mi ha sbattuto in manicomio, un manicomio pieno di pazzi, la mia anima ha fatto corto circuito. e ho vissuto quei dieci mesi con tutto l’amore e con tutta la rabbia di cui sono stato capace… amore per i picchiatelli, rabbia per una rivoluzione incompiuta. per gli effetti del terremoto-basaglia, certificati dai sismografi dell’ideologia e smentiti (in larga parte) dalla quotidianità…
certo, le conquiste. certo, le grandissime conquiste democratiche. “secondini” costretti a riciclarsi come vecchie zie premurose, nascondendo i manganelli e giocando a dama con le vittime dei tempi d’oro… e, naturalmente, la storica svolta lessicale. oggi non puoi dire “manicomio”, no: devi dire “ex ospedale psichiatrico”. e non puoi dire “pazzi”, no: devi dire “utenti dei servizi psichiatrici”… wow, che bello! spolveriamo il dizionario dei sinonimi e il mondo ritroverà il buonumore! sembra una favola di rodari… peccato che rodari sia morto. peccato che le favole vivano da un’altra parte.
riabilitare… una buona intenzione, quand’è buona. ma guardiamoci in faccia: chi ci crede? voglio dire: chi ci crede veramente? corsi di aggiornamento, progetti, seminari, convegni, riunioni. bla bla bla… quintali di parole per annacquare un semplice dato di fatto. per tenere allenata una comodissima amnesia collettiva: dimenticare, cioè, che questi signori sono ammalati. che il loro margine di miglioramento/peggioramento è un’oscillazione ingabbiata dentro punti determinati. già verificati migliaia di volte.
ci sono “utenti” molto folkloristici, d’accordo, quelli che non inviteresti mai a casa tua per una spaghettata perché strillano, pisciano, cagano e si menano l’uccello. ma neanche i “prescelti” ci