
non smetterò mai di sperare che tiziano ferro venga travolto da una carica di cinghiali...
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nicola x: la deriva del nepotismo
ogni volta che sento parlare di figli d’arte, la mia memoria si riavvolge automaticamente fino al 1995: ve lo ricordate nicola x? il signorino pubblicò un libro, “infatti purtroppo - diario di un quindicenne perplesso”, ma non si limitò a pubblicarlo: finse una vampata di pudore democratico e lo pubblicò sotto pseudonimo, laureandosi brillantemente self made boy tra gli applausi dei critici letterari. tra gli applausi, cioè, di chi reggeva l’amabile giochetto… self made boy? certo, non c’è dubbio. un adolescente come tanti altri. un adolescente grafomane, e ottimista, che accumula faticosi pellegrinaggi nelle case editrici restando ad aspettare lo squillo del telefono con le dita incrociate! bravo, signorino. e brava pure la mamma, lidia ravera, sicuramente estranea all’intero progetto. sia come mamma, appunto, sia come lidia ravera… “mi sono firmato nicola x per non sfruttare i vantaggi del mio nome”, amava ripetere l’anonimo romano, e ogni volta che sento parlare di figli d’arte non posso fare a meno di pensare a lui. a lui, così casto, e all’enorme refuso ignorato dai correttori di bozze. il “quindicenne perplesso”, infatti, non era “perplesso” neanche un po’: era, semplicemente, un “quindicenne paraculo”!
nulla di nuovo, direte voi, però il caso di nicola x rappresenta la deriva più squallida del nepotismo: rappresenta il privilegio che simula disagio per se stesso, disagio e imbarazzo, armeggiando poi dietro le quinte senza un minimo fisiologico di decenza… e allora, scusate, why not? siano benvenuti quelli che, assieme al talento o alla completa assenza di talento, ci mettono anche la faccia! siano benvenute le rampolle celentano e sia benvenuto alessandro gassman. siano benvenuti i rampolli tognazzi e sia benvenuta violante placido. sia benvenuta elisabetta ferracini, dolce clone di mara venier, e sia benvenuto cristiano de andrè, bravo clone dell’immenso fabrizio. sia benvenuta vanessa gravina, con qualche nobile goccia di sangue friulano, e sia benvenuto silvio muccino, con l’inguaribile zeppola post-jovanottesca. sia benvenuto chi ci mette anche la faccia, sì, caro nicola x (a proposito: dove sei sparito?). sia benvenuto perché l’italia pullula ogni santo giorno di signori “mi manda picone”, di fottutissimi raccomandati invisibili, ed è terribilmente ipocrita vomitare moralismo contro i “soliti noti”… strada spianata per strada spianata, i riflettori sono sempre più scomodi della penombra.
la nuova invasione degli ultracorpi
chi non ha vissuto la gloriosa stagione del giradischi, o chi l’ha vissuta ma era comunque troppo piccolo per sviluppare una grave dipendenza da vinile, non è sicuramente rimasto traumatizzato di fronte all’avvento del cd. anzi. la seduzione tecnologica, unita al fascino della miniatura, gli ha subito fatto sembrare piuttosto bizzarra la profonda nostalgia dei nostalgici… “perché sei così triste?”, domandava il futuro trentenne al fratello maggiore di turno. “non sei contento che puoi finalmente buttare via quel catafalco?”. vagli a spiegare quanto lo amavi, “quel catafalco”, e con quanto amore sopportavi l’eterna dannazione delle puntine! vagli a spiegare con quanto amore passavi il panno sui solchi neri, tu che non ti spolveravi mai neppure le lenti degli occhiali, già pregustando l’assordante scricchiolio che avrebbero partorito le casse!
per subire la seduzione tecnologica, del resto, bisogna esserci tagliati. bisogna essere pronti. bisogna sentirsi parte attiva dei processi d’evoluzione, cavalcare consapevolmente i trend, soprattutto adesso che il tempo sfreccia a una velocità mozzafiato. e non sempre basta. no. perché la cosa che poi ti frega, e ti frega scientificamente, è il sentimentalismo. l’umana arrendevolezza alla ciclicità del calendario. il corto circuito, più o meno violento, tra ciò che sei stato e ciò che sei. tra ciò che hai usato e ciò che usi o devi usare… “perché sei così triste?”, chiede ora il futuro trentenne al fratello maggiore di turno. “non sei contento che puoi finalmente buttare via quel catafalco?”. vagli a spiegare quanto lo hai amato, “quel catafalco”, e con quanto amore hai sopportato l’eterna dannazione delle testine da pulire! vagli a spiegare con quanto amore hai coccolato il tuo videoregistratore e con quanto amore hai pazientemente accumulato la tua spaventosa montagna di vhs!
ieri piovevano cd, oggi piovono dvd. ma sono due piogge diversissime. talmente diverse che oggi, rispetto a ieri, la nostalgia e il sentimentalismo finiscono per annaspare. per attecchire goffamente. per spianare il campo, senza lacrimucce, alla vittoria definitiva della seduzione tecnologica… dvd a perdita d’occhio. dvd in casa. dvd in edicola. dvd in biblioteca. dvd nella cassetta delle lettere e nel cruscotto della macchina. dvd che spuntano copiosamente dal terreno! stiamo assistendo a un’ordinaria operazione di marketing selvaggio oppure stiamo sottovalutando la nuova invasione degli ultracorpi?
chiediamocelo.
little teacher strikes again
voglio essere ancora più esplicita: noluogo mi sembra una colossale cazzata (posso permettermi di dirlo, visto che trentamarlboro si è permesso di dire che fellini è una mazzata sui coglioni? non sono offensiva, vero? lascio persino un margine di dubbio...).
cara maestrina,
tutto, dunque, si riduce a questo?
tutto, dunque, si riduce a un imbronciato occhio-per-occhio di catechismo felliniano (o, peggio, di galateo culturale)?
perdonami se non dedico spazio anche alla frase-manifesto, dove tradisci bizzarre patologie d’essai (cazzo: “criticare l’incriticabile”) e affastelli crucifige da prima media (cazzo: “sbandierando questo gesto come atto di coraggio, anticonformismo e credendosi degli illuminati in un mondo di creduloni”), ma la noia (adesso) è proprio violenta…
e non parlo di “noia peristaltica”, eh?
parlo proprio di noia.
noia-noia.
la stessa che continuerò a provare, senza orgoglio ma anche senza vergogna, di fronte a fellini e a tanti (tantissimi) “incriticabili”…
the end.
...a me, invece, mettono di malumore
i giudizi del cazzo...
“le uniche persone più tristi dei conformisti sono gli anticonformisti a tutti i costi”, ha scritto giulia, e mi trovo assolutamente d’accordo.
“ho sempre odiato gli anticonformisti per forza. e anche quelli che credono che l’unico modo per essere anticonformisti sia ribaltare i conformismi”, ha scritto adiastematica, riciclando lo stesso concetto.
due ore più tardi.
e lo ha riciclato così bene da tradurlo in un attacco frontale a noluogo (“ogni riferimento a fatti e siti internet da poco creati è decisamente voluto”) e ai suoi redattori (“ormai c’è talmente tanta gente impegnata nel ribaltare i luoghi comuni che anche quest’attività distruttiva è diventata un luogo comune. uno dei peggiori”).
attacco frontale, sì, ma solo nei toni, perché l’impavida maestrina dalla penna rossa non è stata impavida fino in fondo: ha dimenticato di bussare alla porta del destinatario e ha dimenticato pure di dargli un nome…
ecco.
il destinatario sono io (assieme ai miei quattro amici).
un destinatario che ha sempre trovato maledettamente sexy, prima di trovarla noiosamente legittima, la divina arte della stroncatura.
sempre.
tranne quando si nasconde o si mimetizza.
tranne quando, dopo essersi nascosta o mimetizzata, si allontana dall’oggetto e colpisce stupidamente (molto stupidamente) il soggetto…
dimmi pure che il giornale è una merda, cara maestrina.
dimmi pure che gli articoli rivaleggiano in bruttezza.
dimmi pure che la grafica ti fa vomitare.
liberissima.
però non dirmi che sono un “anticonformista per forza”.
è un giudizio del cazzo.
frettoloso, arrogante, superficiale.
è un giudizio che non accetterei nemmeno dalla mamma, biologicamente e storicamente autorizzata a stroncare la mia bella personcina (oltre alle mie belle opere), figuriamoci da una perfetta sconosciuta…
ok?
rimango felicemente seduto da questa parte del monitor, assieme agli “anticonformisti per forza”, e ti lascio altrettanto felicemente seduta in cattedra, assieme agli “anticonformisti autentici”.
quelli tosti.
quelli dei luoghi-non-comuni.
quelli creativi, quelli contro (anzi: kontro).
quelli perpetuamente ossessionati da schiere di “trentenni wannabe sid vicious con il ratto sulla spalla e papà che paga l’uni”…
buon divertimento.
la buona novella
fiocco rosa, che più rosa non si può, nel convento delle magdalene: è appena nata una bellissima bambina…
tutti a lezione da renato zero!
care femminucce apprensive, care femminucce inclini alla paranoia coniugale, quando notate che la camicia del vostro uomo è pataccata di fondotinta… non drammatizzate. non impugnate la katana. non subito, almeno. perché quel fondotinta, care femminucce, potrebbe essere il suo! già. il suo. e poco importa se rappresenti anche un ottimo alibi per orde d’inguaribili fedifraghi (oppure un rimedio d’emergenza contro un brufolo sulla punta del naso): il maquillage maschile è diventato una strisciante, diffusa e, manco a dirlo, trendissima abitudine… è confermato da autorevole dottrina. da autorevoli predicatori. è confermato, appunto, dagli autorevoli (e patinati) compendi della mascolinità: il drappello di giornaletti e riviste per “uomini veri”, per “uomini che non devono chiedere mai”. un amorevole psicoterapia che, per poco più di 1 euro, è in grado d’ingaggiare slealissima concorrenza a willy pasini, trasformando un lugubre sfigato nel fratello sexy di brad pitt!
se fino a pochi anni fa il maschio e il maschiaccio potevano truccarsi al massimo per un veglione di carnevale (e lo facevano esprimendo comunque disgusto e disapprovazione a ogni bacchettata di mascara, sincopando virili imprecazioni e singhiozzanti “ma come cazzo fate, voi donne?!?”), ora non è il caso di sorprendersi identificando una più che nutrita schiera di occhi intrisi di eye-liner ammiccare al di sopra di un doppiopetto e una cravatta, in un locale qualsiasi di una serata qualsiasi. soprattutto quando la complicità delle tenebre rende meno visibile l’inganno... sì. perché oggi, a.d. 2004, diversi maschi e maschiacci non disdegnano le gioie della cosmesi, acquistando orgogliosamente le austere e invitanti confezioni da profumeria o magari frugando direttamente nelle borsette della fidanzata, della sorella e della mamma (extrema ratio)!
nonostante tutto, però, i maschioni e i maschiacci non sarebbero capaci di ammetterlo nemmeno sotto tortura: provate un po’ a chiederglielo. “ho avuto le ciglia così lunghe e così nere fin da bambino”, bisbiglieranno. e la sgommata sul contorno del viso? non è mai fondotinta. mai! nella più eroica delle ipotesi è “il semplice effetto di una sciata sotto il sole cocente, causa dolcevita troppo accollato”… il maquillage maschile, insomma, rimane sempre maschile. massonicamente maschile. che poi rappresenti vanità, non c’è dubbio. e che solo una ridicola percentuale di questi maschietti sia in grado di truccarsi decentemente è altrettanto certo, sconfessando i tempi d’oro in cui renato zero, al contrario, faceva scuola alle donne!
da segreto e virile capriccio, infatti, la pittura facciale si traduce spesso in caricaturale imperizia. non c’è bugia, non c’è spirito massone in grado di fregare chi si trucca da almeno cinque millenni! nell’incessante rincorsa per la parità tra i sessi, c’è sempre il momento in cui lo scambio di qualità degenera in uno scambio di abiezioni. c’è sempre il momento in cui si confonde la delicata complementarietà platonica con la grottesca e decerebrata imitazione! lasciamo alle donne, dunque, ciò che appartiene alle donne. oppure, porca puttana, impariamo a farlo meglio di loro… forza, signori uomini: tutti a lezione da renato zero!
(ringrazio affettuosamente poly per la preziosa consulenza)
basic instinct
...uccidere non è come fumare: si può smettere...
hai capito?
sì, sto parlando con te.
sto parlando proprio con te, pezzo di merda.
e con i tuoi amici.
e con tutti quelli che ti proteggono.
che ti coccolano.
che ti strumentalizzano.
che ti giustificano.
assassino.
assassini.
vigliacco del cazzo.
neanche uno zoom, riesci a fare.
la tecnologia è troppo evoluta per te.
per la tua essenza primitiva.
per la tua demenza criminale.
per lo schifo che sei.
ti auguro di morire presto, pezzo di merda.
prestissimo.
magari mentre ti penso.
accendendomi una sigaretta...
donne con la katana
c’è chi la trova bella. c’è chi la trova buffa. c’è chi la trova bella e buffa. c’è addirittura chi la trova bruttina, o chi non la conosce affatto, però si tratta di casi limite (ogni statistica, del resto, lascia spazio a quell’irriducibile 0,001% che parla quotidianamente con gli extraterrestri o che adora biscardi). il punto, poi, non è questo: il punto è la forza di un simbolo. l’impatto di un simbolo. e i gusti personali contano un cazzo… bella? buffa? bruttina? no, gli aggettivi da cercare sono altri. sono lontani. sono lontani dall’estetica almeno quanto sono lontani dalle sudate conquiste semantiche (“donna forte”, “donna libera”, “donna autonoma”). lontanissimi. perché uma thurman, prima di essere un’entità femminile, è soprattutto una sposa. anzi: è “la” sposa. e le tradizionali dinamiche del matrimonio, dopo “kill bill”, non potranno più essere le stesse!
i maschietti, i maschietti single, sono avvisati: da qui in avanti devono fare attenzione. devono farne molta di più, ora che mister tarantino ha terremotato l’iconografia ufficiale (sacra e inviolabile) della “signora in bianco”. ora che un film così meravigliosamente pop ha metaforizzato così maledettamente bene la crisi della coppia contemporanea… sì, maschietti single, occhi aperti: il viaggio verso l’altare può nascondere ogni sorta d’insidia. ogni sorta di rischio. e quando ci pensate, indipendentemente dal vostro grado di romanticismo, pensate appunto a “kill bill”: non sono i bisticci di “casa vianello” ciò che vi aspetta, non sono branchi di suocere mannare e di marmocchi ululanti, ma una moglie (bella, buffa o bruttina) che impugna con sinistra disinvoltura la sua katana!
ogni sgarro una sciabolata: ecco il nuovo slogan. ecco il nuovo orizzonte. e chi sottovaluta la forza di un simbolo, l’impatto di un simbolo, commette un doppio errore: pecca di presunzione e pecca anche di superficialità… occhi aperti, sì, maschietti single. occhi aperti su “kill bill” e sulla signora thurman. oppure, se appartenete a una minoranza statistica (l’irriducibile 0,001% che parla quotidianamente con gli extraterrestri o che adora biscardi), occhi aperti sui più recenti identikit sociologici… avete capito o non avete capito com’è la donna, la sposa, del 2004? avete capito o non avete capito qual è la giusta unità di misura, il giusto aggettivo, per decifrarla? vediamo… bella? buffa? bruttina? no, no: semplicemente pericolosa!
scene da un matrimonio
veronica: sul fronte sentimentale sei un investimento più che redditizio, questo è vero, ma su tutti gli altri fronti sei proprio una grandissima fregatura!
trenta: adulatrice…
io non posto più un cazzo
fino a quando ‘stammerda
non inizia a funzionare
decentemente…
homevideo / “figli”
deliberatamente anti-cinematografico, nella misura in cui esclude gli spettatori dalle scansioni più esplicite e risolutive del racconto, il terzo e bellissimo film di marco bechis è soprattutto un invito alla riflessione. è una preghiera laica, asciutta e silenziosa, scritta per amore di una terra insanguinata e per amore di quanti hanno trovato (e trovano) il grande coraggio di confrontarsi con la memoria. personale o collettiva...
“figli”, va detto subito, non si compiace della propria intransigenza stilistica e non esibisce fieramente le proprie nodosità narrative: si limita a testimoniare gli effetti di un incubo nerissimo, l’argentina dei desaparecidos, cristallizzandoli in un episodio spaventosamente esemplare. un episodio che solo le tracce grammaticali della fiction, seppure minime, conducono all’orrore della verosimiglianza risparmiandogli l’orrore della verità assoluta... è un filtro minuscolo, nient’altro, ma sorveglia perfettamente il rischio della sterilità. il rischio, cioè, di un approccio esclusivamente emotivo.
“tu non sai chi sei!” grida rosa a javier, senza trattenere il dolore e la rabbia di tutta una vita. e rosa (una straordinaria julia sarano) ha ragione: javier non sa chi è, non lo ha mai saputo, sa semplicemente chi ha creduto di essere fino a un attimo prima. prima che una stupenda ragazza mora, incapace di sorridere, venisse a sbriciolare la sua identità... non sa chi è suo padre, non sa chi è sua madre, non sa di aver condiviso la terrificante sorte di tantissimi “hijos”. non sa di essere uno dei tantissimi bambini nati nei campi di concentramento di buenos aires (365 lager clandestini, operativi tra il 1976 e il 1982) e adottati illegalmente dalle famiglie dei militari.
rosa è convinta che javier sia suo fratello, il gemello da cui è stata separata nel 1977, e javier, dopo le comprensibilissime esitazioni inziali, decide di seguirla a barcellona: là vive l’ostetrica che si occupò del parto e che salvò rosa dal rapimento. sarà l’esame del dna, poi, a stabilire definitivamente come stanno le cose: una rivelazione biologica, un ultimo e disperato appello alla razionalità, ma nulla che ormai possa liberare javier dall’enorme peso della sua nuova consapevolezza. anzi: della sua seconda e, questa volta, autentica nascita...
qui poly (blogger senza blog)
noluogo/2
leggo l’annuncio e mi precipito. suono il campanello e nessuno mi viene ad aprire. as expected...
troppo intenti a conversare, per badarmi, maschietti colti... come sempre! adorabili stronzetti... come sempre! ma la porta è socchiusa, perché aspettate qualcuno, e so che il pubblico non vi dispiace affatto, anche se non lo ammettereste nemmeno davanti a un giudice.
c’è chi beve whisky, chi rolla sigarette, chi fuma quelle già pronte. e vi parlate sopra enfaticamente (deliziosamente), anche solo per decidere che i pink floyd, a quest’ora, sono più adatti di miles davis.
affondo in una poltrona e vi osservo, adorabili stronzetti... avete la voce roca, divertita e persuasiva di chi guarda le cose puntando i piedi sulla mediocrità. la voce di chi non ha bisogno di gridare. perché, disconoscendo la cagnara grossolana di chi non ha “armi”, sa farsi sentire e sa sedurre, incastrando giocosamente timidezza e orgoglio sfacciato. e assolutamente consapevole...
la stanza è zuppa di tabacco e alcol, e di quell’odore voluttuoso di carta appena stampata e già sgualcita da dita umide, amorevoli e irrequiete... “noluogo” è il luogo da cui vale la pena guardare le cose. è un brivido gustoso di democratica e intelligente oligarchia. osservo una manciata di cervelli tanto diversi, e diversamente brillanti, azzuffarsi con affetto, confrontarsi, sfidarsi, abbracciarsi, ubriacarsi... finalmente... in questo modo bizzarro e raffinato che è l’unico a guarire dalla banalità.
banalità di luoghi, appunto. comuni, appunto. scontati, appunto. come queste tre righe... che osservano la naturalezza sparpagliata di chi ha “il pane” e “i denti” (et voilà...) per sedere a buon diritto alla tavola delle parole...
io conosco l’80 percento della vostra tavola. e trovo che sia un ottimo 80 percento. un 80 percento che riesce a dare il senso di un piacere e di un talento. un 80 percento che considero, da sempre, un esempio...
in bocca al lupo, convivio “noluogo”... per il rodaggio, l’assestamento, l’avventura... tifo da stadio e un bacio!!!
noluogo
(...) ciccio ingrassia, appollaiato sull’albero di “amarcord”, provoca un desiderio quasi pornografico: possedere un fucile di precisione!
sì, va bene, non rompete i coglioni.
è ancora un po’ da sistemare.
tecnicamente e graficamente.
però tenetelo sott’occhio, questo simpatico pargoletto.
crescerà forte e sano...
introito difettoso
la tua giornata fa schifo?
niente paura: il formidabile traduttore automatico di google ti risolleverà immediatamente l’umore…
esempio n.1: italiano/inglese
ho un’insana voglia di cagarti sul cofano della macchina
(i have an insane one wants of cagarti on the cowling of the machine)
esempio n.2: inglese/italiano
hey jude
hey jude don’t make it bad
(hey jude esso non rende l’introito difettoso)
take a sad song and make it better
(una canzone triste e farla più meglio)
remember to let her into your heart
(ricordarsi di lascila nel vostro cuore)
then you can start to make it better
(allora potete iniziare per farlo più meglio)
hey jude don’t be afraid
(hey jude non sono impaurito)
you were made to go out and get her
(che siete stati incitati per uscire ed ottenerle)
the minute you let her under your skin
(il minuto la avete lasciata sotto la vostra pelle)
then you begin to make it better
(allora voi cominciare per renderla migliore)
and anytime you feel the pain hey jude refrain
(e qualunque momento ritenete il dolore hey jude astensione)
don’t carry the world upon your shoulders
(e non trasporta il mondo sulle vostre spalle)
for well you know that it’s a fool who plays it cool
(bene voi non sa che che relativo uno sciocco che lo gioca freddo)
by making his world a little colder
(rendendo al suo mondo un piccolo più freddo)
hey jude don’t let me down
(hey jude)
you have found her now go and get her
(ve lo non lasci trovarla ora per andare ed ottenerla)
remember to let her into your heart
(ricordisi di lascila nel vostro cuore)
then you can start to make it better
(allora che potete iniziare per renderlo migliore)
so let it out and let it in hey jude begin
(così lascilo fuori e lascilo dentro hey jude comincili)
you’re waiting for someone to perform with
(stanno aspettando qualcuno per effettuare con)
and don’t you know that it’s just you hey jude you’ll do
(e voi non sanno che è giusto voi hey jude voi basterà)
the movement you need is on your shoulder
(il movimento che avete bisogno di siete sulla vostra spalla)
hey jude don’t make it bad
(hey jude esso non rende l’introito difettoso)
take a sad song and make it better
(una canzone triste e farla più meglio)
remember to let her under your skin
(ricordarsi di lascila sotto vostro pelle)
then you can start to make it better
(allora potete iniziare per farlo più meglio)
posso dirlo?
ho resistito per 106 giorni, ma adesso non mi trattengo più: serena è uno spettacolo!!!