
non smetterò mai di sperare che tiziano ferro venga travolto da una carica di cinghiali...
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notte di polizia?
che poi, giocoforza, ti viene sempre in mente quel cazzo di canzone. e allora pensi a tutte le volte che hai cantato quel cazzo di ritornello. e allora pensi a tutte le volte che lo hai usato per terrorizzare qualcuno…
mai sottovalutare la circolarità del tempo.
mai sottovalutare venditti!
ci rivediamo sabato.
ciao a tutti,
sig. trentamarlboro
kryptonite
non perdiamo tempo, non giriamoci attorno. diciamolo e basta: il campanilismo, “tradizionale” o “istituzionale” che sia, è la kryptonite dell’orgoglio friulano! da sempre. da quando, cioè, la diabolica ipertrofia triestina ha smesso di sembrarci una buffa leggenda metropolitana… maledetta ingenuità! maledetta umiltà! e maledetto pure il nostro perenne complesso d’inferiorità! fossimo toscani, circoscrivendo ogni urgenza filologica ai misteri gaudiosi della “c” aspirata, potremmo almeno contare sul carattere. sul sangue che va in ebollizione. potremmo togliere il silenziatore a moltissimi giramenti di palle. potremmo farci sentire, insomma, fronteggiando a testa alta il campanilismo “tradizionale” prima ancora di quello “istituzionale”! e invece? e invece un cazzo. niente di niente.
mentre la guerra tra livornesi e pisani affastella strategie belliche su strategie belliche, a cominciare dal putrido capolavoro “il vernacoliere”, i simpatici inquilini della piccola patria se ne stanno buoni buoni. zitti zitti. rassegnati rassegnati. mugugnando, al massimo, per certi deliranti costumi lessicali (il cappuccino che diventa “caffellatte”, il macchiato che diventa “cappuccino”, etc. etc. etc.). e più in là di qualche barzelletta non sanno andare… aula scolastica. interrogazione di matematica. il maestro: “se tuo padre raccoglie 100 uova nel pollaio, 50 delle quali sono marce, quante ne vende?”. l’allievo: “tutte!”. il maestro: “tutte? sei sicuro?”. l’allievo: “sì! perché quelle marce le vende ai triestini!”. esilarante, vero? ecco. appena avete finito di contorcervi dalle risate, procediamo con un altro esempio. un esempio che la dice lunga. anzi: lunghissima.
qualche annetto fa, l’inserto “nordest” del sole 24 ore ospitò un terrificante articolo dello scrittore mauro covacich. analizzava questo stesso tema, il buon triestino covacich, ironizzando bonariamente sui difetti dei suoi concittadini e molto meno bonariamente sui difetti dei friulani… le friulane, poi, ne uscivano addirittura a pezzi, accusate (tra varie nefandezze) di avere le “caviglie grosse”! ce n’era abbastanza per farsi girare i coglioni, per dare battaglia. e invece? e invece un cazzo. niente di niente. neppure il cofano della macchina, gli abbiamo rigato! tant’è: l’alabarda prospera e l’aquilotto annaspa. buono buono. zitto zitto. rassegnato rassegnato... brutta bestia la kryptonite, eh?
studio 46
sinceramente: cosa ti ha messo più in imbarazzo? sentirti di nuovo addosso le mie dita veloci, le mie mani pesanti, o vedere che il tempo ha preso a schiaffi anche me? non avevo l’orecchino, l’ultima volta che ci siamo incontrati. non avevo il pizzetto macchiato di bianco. non avevo neppure i tatuaggi e tiravo l’alba senza fatica. però fumavo troppo. però mi divoravo le unghie. però imprecavo smodatamente. proprio come adesso. adesso che ti ritrovo. adesso che ti guardo, con identico amore, e penso a quanta strada abbiamo fatto assieme. adesso che il cerchio, quel vecchio cerchio, si sta finalmente chiudendo…
io e te. ancora io e te. bello, vero? strano, vero? ti guardo con identico amore, sì, e non sono capace d’incazzarmi per i tuoi piccoli acciacchi. per la tua essenza di bambina dispettosa. essenza inguaribile. testarda. fierissima. e sorrido. ti sorrido. perché so che venerdì mattina sarai bella da togliere il respiro.
jet lag
sono tornato.
credo…
comunicazione di servizio
carissime lettrici e carissimi lettori,
data la mia violenta idiosincrasia per i portatili, e fatta salva la miracolosa eventualità di un internet-point, vi annuncio che questo blog resterà chiuso fino a domenica 25 aprile.
vaffanculo?!?
no, no, no, fermi: non sto andando sfacciatamente in vacanza, è “roba di lavoro”... conservate le vostre belle maledizioni e pensatemi con tanto, tanto, tanto ammmore!
ciao a tutti,
sig. trentamarlboro
(domani, ovviamente, fatevi un giretto qui)
a gigi (with love)
tra tutti noi, noi dell’antico gruppo, gigi è quello che “ce l’ha fatta”. quello che ce l’ha fatta “di più”, se non altro, e ogni occasione è buona per coglionare la sua meritatissima notorietà. per dirgli che il david non vale un cazzo o che la coppa volpi non si nega a nessuno. per dirgli che il cinema si stanca velocemente dei guitti come lui o che soltanto la legge bacchelli potrà garantirgli una vecchiaia decorosa… gigi adora il nostro accanimento. adora “tornare a casa”, quando l’avventura glielo permette, godendosi l’affetto smisurato che pulsa dietro le nostre parolacce. dietro i nostri insulti. e ieri sera, mentre lo ricattavamo selvaggiamente a colpi di passato, sorrideva felice…
trenta: eri uno stronzo e uno stronzo sei rimasto. gigi: sì, ma adesso me lo posso permettere! ailoviù, cazzone.
punto della situazione/2
domenica 18 aprile, come promesso, pubblicherò il primo resoconto del giudizio universale 2004... i signori blogger (e i signori no-blogger) che non mi hanno ancora spedito il proprio contributo, diversamente dagli altri colleghi, sono quindi pregati di muovere il culo!
ultime adesioni:
alberto p., ataru, baustelle, dearM, dryade, el rocco, fornit, ginger, impertinelli, kaos, laaly, lori, lucretia, micce, poly, puck, rahamet, rerun, solitaire, tanachvil, ushuaia, zoe.
(no, dico, avete una vaga idea di quanto rompa i coglioni postare un elenco di permalink?!?)
homevideo / “black hawk down”
con l’indimenticabile “black hawk down”, ridley scott non si è semplicemente fatto perdonare la triste pagliacciata di “hannibal”: ha firmato una pagina di grande, grandissimo, cinema bellico. un nero capolavoro, asciutto e feroce, più che degno di affiancare “il cacciatore”, “apocalypse now” e “full metal jacket” nella memoria degli spettatori...
diversamente da cimino, coppola e kubrick, va detto subito, al papà di “blade runner” e “pioggia sporca” non interessa convertire l’icona-guerra in uno strumento d’indagine antropologica. nè, tantomeno, in un detonatore di simbologie universali. mogadiscio, qui, non è uno dei tanti possibili vietnam che la coscienza umana si porta dentro: è uno spazio storico e geografico, tutt’altro che astratto, dove la morte ha sempre e soltanto la faccia di un nemico che ti spara addosso...
“black hawk down” non fa sconti e non strizza l’occhio al pubblico: l’eccellente lavoro di sceneggiatura, messo al servizio di una narrazione secchissima e claustrofobica, risulta quasi invisibile. ci si trova di fronte a un reportage minuzioso, violento, sgradevole, aspramente fedele alla cronaca (la disastrosa missione “restore hope” in somalia) e freddamente immune da qualunque rambismo possa essere comparso finora sullo schermo: dialoghi ridotti all’osso, radio che gracchiano ininterrottamente lessico militare, scarsissime infiltrazioni patriottiche, personaggi abbozzati in punta di penna...
3 ottobre 1993: il raid americano nel cuore della “zona ostile”, per catturare gli sgherri del generale aidid, fallisce pesantemente (due “black hawk”, micidiali elicotteri da combattimento, vengono abbattuti). i “soldati ryan” cui garantire salvezza sono molti, sono troppi, non c’è tempo per fermarsi a filosofare sugli orrori quotidiani: la città li sta ingoiando, tra vicoli e palazzoni, li sta schiacciando come insetti. bisogna andarli a riprendere, bisogna riportare al campo-base i superstiti e anche le spoglie dei caduti... le truppe speciali, accerchiate da centinaia di miliziani, oppongono una disperata resistenza e attendono i soccorsi: chi riuscirà a vedere la cupa luce dell’alba?
impaginando meravigliosamente il racconto, complice una fotografia e un sonoro davvero mozzafiato, ridley scott porta la tensione a livelli insopportabili: per oltre novanta minuti, tagliati fuori prefazione ed epilogo, “black hawk down” è infatti puro fragore di battaglia. è un inferno che cancella volti e corpi, che li rende spaventosamente identici: attori e soldati. è una mostruosa tempesta di proiettili, bombe, razzi, sangue, muri sbrecciati, lamiere crivellate, esplosioni, grida di dolore. e l’unica - imprevista - sacca di silenzio, quando i musulmani si raccolgono in preghiera, suona così spettrale da mettere i brividi...
la guerra è il rumore assordante della follia, ci ricorda scott senza metafore, e forse ha un unico significato: insegna a comprendere il valore della vita. quella dei tuoi compagni, prima di tutto: una vita che stringi forte nella mano sperando non ti scivoli tra le dita.
stravaganze pasquali:
trovare nell’uovo una testadicazzo
venerdì 9 gennaio avevo dedicato qualche riga alla mia insofferenza cronica per “il giovane holden”. e ieri notte, con ammirevole tempismo, un “giovane blogger” ha dedicato a me questa riflessione:
mi spiace sapere che giudichi un libro dopo solo cinque righe. comunque le opinioni vanno rispettate, non certo condivise. sei un cretino. non ti conosco e non ti dovrei giudicare, ma da questo post che è l'unica cosa che, diciamo, conosco di te non posso fare a meno di pensare che sei un cretino.
cheddire?
i miei strumenti culturali, purtroppo, non mi consentono una replica sufficientemente colta. e neppure sufficientemente arguta… del resto, il “giovane blogger” in questione è un pensatore con i controcazzi:
questo blog sono i miei pensieri, interessanti e non, che mi saltano in testa e che decido di scrivere.
succede di peggio. ma dover analizzare l’agricola di tacito di sabato pomeriggio fa abbastanza schifo.
ieri ho letto l’agamennone. oggi le coefore. immaginate un po’ lo spirito con cui vado a dormire pensando a cosa mi aspetta domani.
già.
non dev’essere facile infilarsi sotto le coperte sapendo che al risveglio si verrà tramortiti da un poderoso vaffanculo...
no, non devo suggestionarmi
doccia tiepida.
accappatoio.
cd (“london calling”).
boxer.
deodorante.
prima sigaretta.
prima tosse.
faccia intrappolata nello specchio.
smorfia.
schiuma da barba.
rasoio, taglio, imprecazione.
goccia di sangue.
acqua fredda.
camicia.
seconda sigaretta.
seconda tosse.
jeans.
anfibi.
un’altra occhiata allo specchio.
un’altra smorfia.
e ‘fanculo a mel gibson!
doveva proprio aspettare la settimana santa?
doveva proprio aspettare i miei 33 anni?
happy birthday…
chi non è cool alzi la mano!
BLOGRODEO 1.0 perché i blogger fighi sognano parole elettriche e noi blogger plebei, al massimo, un dizionario dei sinonimi?
bignardi for president
uffa! ci si annoia da morire, qui, nel belpaese! mai una polemica. mai uno scandalo. mai uno psicodramma istituzionale. mai uno sciopero… è una tortura, vivere così. così bene. così tranquilli. così dannatamente sereni… fosse nostro leader il nano tatù, buonanima, non saremmo neppure italiani: saremmo i giovialissimi cittadini di fantasilandia! già. che palle! mai un problema da risolvere. mai un po’ di tensione sociale. mai un’inquietudine... fortuna che hanno appena rinchiuso il figlio della parietti e solange nella stessa fattoria! grazie, daria.
prove tecniche di primavera
(sottotitolo: moda e ormoni)
veronica: ti piace il mio look?
il maestro: se fossi una donna sarei già bagnata…
qui poly (blogger senza blog)
scommettiamo?
poly e bb, il suo fidanzato, sono seduti al bar del cinema e, con invidiabile coerenza, stanno parlando di critici cinematografici.
bb: quella… come cazzo si chiama il critico del tg5? quella con il nome strano, dài... babbari... barbari... babbariscerma!
poly (occhi sbarrati): BABBARISCERMA?!?
bb: sì! non l’ho mai visto scritto, ma è un nome del genere…
poly: e che cazzo di genere sarebbe, scusa? no, no, non c’entra niente! ha un nome molto più comune… solo che adesso non riesco a focalizzarlo!
bb: ti dico che è così!
segue descrizione minuziosa della donnina. poly e bb concordano sul look, sui capelli, sulla voce, sulla terrificante pronuncia inglese. ma non concordano sul nome.
poly (che non scommette più dal 1982): scommettiamo?
bb: scommettiamo sì! io dico babbariscerma, o qualcosa di simile, tu voti contro… quanto ci giochiamo?
poly: 50 euro!
bb: cazzo! sei proprio convinta, eh? ok, ok, ci sto...
stretta di mano.
poly: adesso, però, ci serve un “giudice”...
bb: hai ragione… uhm… perché non sentiamo trenta?
poly: affare fatto! adesso gli mando un sms.
poly scrive a trenta. brevissima attesa. poi il telefonetto s’illumina.
poly: anna praderio!!! massì!!! te l’avevo detto che era un nome comune…
bb: anna praderio?!? ma cazzo!!! ok, ok, pago... però tu mi devi fare un piacere: chiedi a trenta di babbariscerma... io sono certo che...
poly: e cosa gli dico?
bb (ridendo): esiste-una-che-si-chiama-babbariscerma?
poly (ridendo): e come cazzo glielo scrivo, secondo te, babbariscerma?!?
bb: con le virgolette! e scriviglielo così come te lo dico io: bab-ba-ri-scer-ma!
poly riscrive a trenta. altra brevissima attesa. poi il telefonetto s’illumina di nuovo.
bb: cheddice?
poly: dice che esiste, sì… ma nel “ritorno dello jedi”!!!
poly e bb entrano in sala. e passare dall’incontenibile ridarella per babbariscerma ai pianti isterici per “non ti muovere” non è un cazzo facile. no…
(i più sentiti ringraziamenti al mio capo, sig. trenta, per la revisione di questo post. e per i 50 euro, of course!!!)
november rain
tempo di merda voglia sottozero giornata che si preannuncia molesta come il doppio necrologio per kurt cobain e per gabriella ferri (tenere spenta la tivù? non leggere i giornali? ascoltare i nirvana o “dove sta zazà” iniettandosi un milligrammo di commozione posticcia per inerzia?) ma il caffè ha davvero un buon sapore nonostante il bicchiere di plastica e poi quando si parla di morti siamo tutti più buoni siamo tutti più filosofi del cazzo siamo tutti più inclini a lasciarci bombardare di ricordi che mediamente non ci appartengono ed è comunque preferibile una pigra deriva sentimentale che un immenso giramento di coglioni per l’osceno trionfo del signor fiorello (sempre uguale sempre villaggio turistico sempre battute stronze sempre italietta rincoglionita che batte le mani a comando) ed è sicuramente preferibile tenere gli occhi conficcati nel monitor che alzare lo sguardo vedere il cielo grigio vedere la pioggia che macchia la finestra e credere che siamo ancora a metà novembre.
homevideo / “parla con lei”
è tempo di piena riconciliazione tra pedro almodóvar e chi ha frequentato sempre malvolentieri il suo cinema pacchiano e sovrabbondante. è tempo di un grande film, davvero grande, dove l’anatomia dell’amore diventa puro spazio poetico e l’anatomia del dolore un grido carico di silenzio. un film intenso, delicatissimo, raccontato sottovoce, lontano dalla provocazione e vicino all’essenza misteriosa e segreta della vita... quali devono essere, se ci devono essere, i confini di una passione? quali devono essere, se ci devono essere, i confini di un’amicizia?
“parla con lei” si apre nel punto esatto in cui si chiude “tutto su mia madre”: è l’immagine di un sipario a stabilire, dichiaratamente, la continuità. a sottolineare, scopertamente, un’ideale passaggio di testimone. ma non si tratta di un ammiccamento riservato agli spettatori più accorti: è, invece, un segno preciso. è almodóvar che annuncia, solo per un istante, la ripresa dell’ultimo viaggio, subito prima di tradurlo in una nuova necessità: tematica e, finalmente, stilistica. se “tutto su mia madre”, infatti, non riesce ad affrancarsi completamente dalla solita overdose di stravaganze e sciupa una potenziale perfezione, “parla con lei” si nutre di estrema e rigorosa compattezza...
scritto, diretto e interpretato benissimo, questo magnifico dramma da camera non procede accumulando e neppure forzando i toni: sottrae, attutisce, dilata, asciuga. e, nel rovesciare una prospettiva tradizionalmente cristallizzata, convoca gli uomini al capezzale delle donne: il capezzale di una clinica, perché alicia e lydia sono in coma, e, soprattutto, il capezzale di ogni giorno, perché benigno e marco non sono mai riusciti a costruire (o a impedire che si frantumasse) un rapporto sentimentale... benigno è un adulto-bambino, dolce e fragile, che scambia la quotidianità per una favola a lieto fine. marco è un adulto malinconico, tendenzialmente avaro di parole, che piange quando gli manca qualcuno con cui condividere le proprie emozioni.
s’incontreranno, impareranno a conoscersi, diventeranno fratelli, soffriranno assieme per alicia e lydia, le ameranno, le perderanno. e sarà proprio un eccesso d’amore a dettare, fatalmente, la conclusione della storia. un eccesso d’amore che almodóvar descrive con ammirevole pudore, con profonda umanità, trasfigurando in bianco e nero i colori incandescenti di un desiderio proibito.
top five delle verità assolute