
non smetterò mai di sperare che tiziano ferro venga travolto da una carica di cinghiali...
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i telegiustizieri del paese catodico
quanta tristezza facciamo, eh? quanta tristezza facciamo con il nostro continuo e patologico bisogno di delegare? deleghiamo, noi. deleghiamo tutto. deleghiamo sempre. e deleghiamo nel peggiore dei modi… una volta, almeno, qualche millennio fa, la povera italietta affidava se stessa alla classe politica. agli amministratori, ai notabili. alle forze dell’ordine. ingenuamente, magari. magari bofonchiando. oppure, citazione delle citazioni, “turandosi il naso”. però ci credeva. credeva che il paese istituzionale, sebbene difettoso, sebbene ambiguo, bastasse a rappresentare, gestire e anche proteggere il paese reale…oggi no. oggi non ci crede nessuno, al paese istituzionale. oggi è il paese catodico a spalancarci le braccia. a fingere di coccolarci. e noi, appunto, ci lasciamo coccolare. ingenuamente, magari. magari bofonchiando. ma stando comunque ben attenti a non “turarci il naso”…
prendiamo l’esemplare soap “wanna marchi & friends”, un caso che rappresenta e racconta fin troppo bene la situazione: il cittadino indignato di turno si è forse rivolto alla guardia di finanza per denunciare il misfatto? certo che no: lo sanno pure i sassi che si è rivolto a “striscia la notizia”. lo sanno pure i sassi che ha preferito, appunto, delegare al paese catodico la propria tutela. la tutela di un diritto violato. e così, facendo buon viso a pessimo gioco, la guardia di finanza ha potuto solo sfoderare una notevole dose di autoironia… ricordate il nome in codice dell’operazione? “operazione tapiro d’oro”. sì: “tapiro d’oro”, cazzo. per la gioia sarcastica di antonio ricci e di tutti i charles bronson del piccolo schermo. di tutti quei telegiustizieri, figli violentissimi del placido signor lubrano, che hanno trasformato la vecchia tivù di servizio in una squallida palude di linciaggi e di vendette!
è sempre rassicurante assistere alla punizione del “cattivo”, d’accordo. fa decisamente godere. succede nei western, figuriamoci se non succede sul pianeta terra! non sto discutendo di questo. neanche lontanamente. sto discutendo, con profonda amarezza, delle nostre misere deleghe al potentissimo paese catodico… e allora mi chiedo: dev’essere proprio il gabibbo, l’insopportabile pupazzone rosso, a difenderci dai “cattivi”? dev’essere proprio valerio staffelli, avido di martirio, a sputtanare il “cattivo”? dev’essere proprio la task-force delle “iene” a pizzicare il “cattivo” mentre svolge la sua professione di “cattivo”? ecco. mi chiedo, semplicemente, come siamo arrivati qui, alla succursale televisiva della vita quotidiana. mi chiedo, cioè, dove finiscano i torti del paese istituzionale e dove comincino i torti del paese reale…
la politica, ormai, ci fa vomitare. l’euro ci dissangua. l’inquinamento ci ammazza. la criminalità dilaga. e, come se non fosse già abbastanza, paolo meneguzzi scala i vertici dell’hit-parade! insomma: alibi e attenuanti non ci mancano di sicuro… ma perché abbiamo deciso di delegare tutto, proprio tutto, al paese catodico? perché non siamo capaci di sbattergli in faccia un’alternativa seria e altrettanto potente? finché non lo faremo, finché non usciremo da questo terrificante letargo, non smetteremo di delegare. delegheremo la nostra urgenza di legalità ai telegiustizieri. però delegheremo anche la nostra paura di morire ai telemaghi. delegheremo i nostri languorini ai telezozzoni. delegheremo i nostri quesiti esistenziali ai telecostanzi. delegheremo i nostri sogni di fuga ai telepappalardi. stando ben attenti a non “turarci il naso”. rischiando, anzi, di atrofizzarci e di non poterlo fare comunque mai più… che tristezza! che orrore!
l’arte di presentarsi bene
dico: non dimenticarti il curriculum.
dice: te lo mando subito. hai sempre lo stesso indirizzo?
dico: sì.
dice: tra due minuti scarica la posta.
passano due minuti.
scarico la posta.
trovo il curriculum.
*** è un anziano privo di sentimento religioso e di sensibilità dolorifica, al punto che si fa tatuare periodicamente. pleuritico a sinistra fin dalla tenera età, durante un recente ricovero coatto si è reso protagonista di deliri antisociali e, più in generale, di un comportamento pazzesco-manesco. i frequenti propositi di ravvedimento, subito vanificati da iniziative abbiette, fanno di lui un vecchio patetico.
se non fossi già sposato, sposerei quest’uomo fantastico…
punto della situazione
dopo una decina di giorni, il giudizio universale 2004 ha raccolto numerosissimi contributi. sia tra i blogger che tra i no-blogger... limitandoci, per il momento, ai primi, ecco l’elenco:
benty, burma, C, dave, duda, il gillo, il poeta, imogene, kela, krapp, la pimpa, lilo, muart, orenove, profeta, reo confesso, rotaciz, sadness after sex, speraben, trama, zitti al cinema.
e voi?
voi assenti cosa state aspettando?
l’istat, il friuli e l’elettrauto zampognaro
prima che l’irriducibile terminator sirchia decreti la nocività di libri e giornali, iniziando a perseguitare i lettori come fa con i tabagisti e con i ciccioni, vale sicuramente la pena di festeggiare un piccolo record friulano. piccolo non in quanto piccolo, ma proprio in quanto friulano. cioè: testardamente allergico ai superlativi. testardamente e, soprattutto, geneticamente. sia perché i superlativi potrebbero corrompere l’intima essenza musona del friuli, dio non voglia, sia perché nessuno ama comunque dedicarglieli…
piccolo record friulano? no, non è piccolo. è importante. è gratificante. è addirittura chic. anzi: è talmente chic da risultare indigesto ai media nazionali! nulla di nuovo, nulla di terribile… cosa succede se un elettrauto della garbatella vince le selezioni per “dilettanti allo sbaraglio”, suonando “gattomatto” con la zampogna? succede che mamma roma diventa immediatamente oggetto di plauso generale. oh, terra d’arte! oh, terra d’artisti! e giù stornelli a reti unificate, e giù “semo gente de borgata”, sotto i docili artigli orwelliani di babbo costanzo… cosa succede, però, se una monumentale indagine dell’istat diploma ufficialmente il friuli “terra di lettori”?
succede che basta un trafiletto. succede che la notizia passa quasi inosservata. succede che gli opinionisti e i tuttologi full time, normalmente ossessionati dalle peggiori minuzie statistiche, preferiscono accapigliarsi sulla vera identità del gabibbo! sì. questo, succede. questo, continua a succedere. e, mentre continua a succedere, i friulani continuano a divorare libri e giornali. zitti zitti. saccheggiando le librerie. saccheggiando le edicole. saccheggiando le biblioteche. alimentando, appunto, un record felicemente lontano dai soliti e muffosi luoghi comuni…
prima che l’irriducibile terminator sirchia inizi a perseguitare i lettori, dunque, io festeggio l’evento alla faccia di babbo costanzo e dell’elettrauto zampognaro. lo festeggio senza superlativi, d’accordo, ma anche senza troppa modestia. senza troppa timidezza. così. tanto per vedere che effetto fa!
creuza de mä
seduto con T. sui gradini della basilica di carignano, l’alba del 13 gennaio 1999, aspettavo che facesse giorno. e, con il giorno, aspettavo che arrivasse il feretro, ripensando all’ultima volta che avevamo visto de andrè. pochi mesi da percorrere all’indietro. mezza estate. un concerto magnifico. ripensavo a fabrizio e, inevitabilmente, pensavo a me. alla mia vita. a chi c’era e a chi c’era stato. un bilancio, insomma. il più autentico che avessi mai portato a termine... T. fumava e aveva gli occhi tristi. io fumavo e sentivo crescere, violenta, una nuova verità: ero diventato grande. una volta per tutte.
road to nowhere
se “remain in light” tracciò il perimetro di una nuova frontiera musicale, terremotando il solido codice rock e iniettando cromosomi africani nella quieta sintassi new wave, il volo eversivo dei talking heads non si diede riposo: attraversò, molto felicemente, tutti gli anni ottanta. e ancora oggi, a superflua garanzia di un prodotto artistico davvero straordinario, il vecchio volo continua a fabbricare stupori! merito di un piccolo grande genio. un irriverente “psycho killer” del mercato discografico. un irriverente alchimista di rivoluzioni sonore...
we’re on a road to nowhere
come on inside
takin’ that ride to nowhere
we’ll take that ride
grazie per il concerto di ieri, signor david byrne.
e grazie per avermi regalato, in chiusura, quella canzone!
e se lo sposo mettesse il velo?
sì, certo. la sposa è la sposa. un’entità autosufficiente, non una semplice icona. una categoria filosofica, prossima al misticismo, che non ha bisogno del contesto matrimoniale per sussistere… ma lo sposo? perché dello sposo non parla mai nessuno? perché lo sposo, pover’uomo, viene sempre liquidato con distratta noncuranza? perché viene sempre obbligato a nutrire pulsioni fraterne verso il pupazzetto della torta? mica è facile, interpretare il ruolo dello sposo! non è facile e non è gratificante! qualche esempio? ne basta uno. il più frivolo e, contemporaneamente, il più carico di significati...
mettiamo da parte quelle che possono sembrare ignobili rivendicazioni sessiste, peraltro aggravate da massicce infiltrazioni autobiografiche, e prendiamo il vestito: come la sposa è la sposa, così il vestito della sposa è il vestito della sposa. bello o brutto che sia. indipendentemente dal giudizio acritico dei familiari. indipendentemente dalla tradizionale falsità delle amiche stronze, pronte a pigolare “sei una favola” anche quando sospettano che marilyn manson si sia messo a fare lo stilista… ecco. attorno al vestito della sposa, potentissimo catalizzatore, ruota tutto il resto. ruota una cerimonia dove lo sposo diventa quasi superfluo e dove il suo look, nei casi più fortunati, ottiene recensioni poco lusinghiere (“non ti avevo mai visto in giacca e cravatta!”).
l’ansia da prestazione può giocare scherzi orrendi, è vero, costringendo lo sposo a scelte drammatiche: tight e cilindro, sulla scia di ramazzotti, oppure lacci texani e panciotti arabescati, sulla scia di qualunque tamarro dell’emisfero occidentale… il punto, però, non è questo. non c’è vestito elegante che tenga! la rivincita dello sposo, la grande rivincita dello sposo, ha una sola strada lungo cui muoversi: affrontare il nemico, la sposa, ad armi pari. e affrontare la sposa ad armi pari comporta, fatalmente, un’unica strategia bellica: indossare la stessa divisa! una provocazione? no, non è una provocazione. è, piuttosto, una rivoluzione. una rivoluzione assolutamente necessaria…
lo sposo vestito da sposa, oltre a conquistare l’entusiasmo di platinette, conquisterà ciò che gli spetta: il massimo grado di separazione dal maledettissimo pupazzetto! e se lo sgomento delle nonne, all’inizio, avrà la meglio sul coraggio dei nipoti, verrà finalmente il giorno della vittoria. con o senza damigelle d’onore. con o senza velo… parliamone!
qui polyhmnia (blogger senza blog)
maiali in libera uscita
sei in libera uscita, stasera, maiale schifoso. giacchetta di pelle scamosciata da ventenne di vent’anni fa, una boccetta di profumo da maschio scaricata addosso, sui vestiti da giovane, nel locale dei giovani, nella notte dei giovani. come ti sai mescolare bene tra loro! proprio come quei poliziotti in missione segreta, che si travestono da metallari per infiltrarsi in un festival reggae… prima di te entra il tuo sguardo schiumoso, già carico, che sembra quello di un ergastolano.
quanti anni hai, eh, maiale schifoso?
45?
50?
un seguito di amici con la stessa giacchetta da cow-boy e la stessa camminata strafottente. lo stesso sguardo speronato che taglia la sala stipata, che straccia i vestitini delle provocanti ragazze da weekend. non te ne sfugge una, mentre la tua cricca di strappamutande si fa strada verso il tavolo d’angolo, dove prima o poi devono passare tutte. quanto te la sei studiata, quella voce languida da doppiatore, per arrapare la cameriera? “e tu come ti chiami, splendore?”, “cioè, hai degli occhi pazzeschi…”, “cosa ci porti, bellissima?” “dài, facci qualcosa tu… si vede che sei brava”, e le sorridi, maiale schifoso, raccogliendo in uno strategico “vero?” il consenso ormonale dei tuoi complici.
quanti anni ha lei?
18?
20?
com’è fresca… com’è bella… no, non è bella. è solo giovane. ma tanto non te ne accorgi, preso come sei a dimostrare alla tua pelle logora che il tuo coso funziona ancora alla grande. tanto ti basta: che sia femmina e giovane. ti sorride forzatamente, perché è gentile, perché così c’è scritto sul suo copione, ma tu non ti accorgi neanche di questo. troppo impegnato, maiale schifoso, ad annusarle la mano imbarazzata che trascrive l’ordinazione… “portaci qualcosa che profuma come te”…
sì, succo di fica, maiale schifoso…
…toccala ancora e ti spacco la faccia. toccala ancora e ti spacco la faccia. toccala ancora e ti spacco la faccia…
quanto ti senti selvaggio mentre fai scivolare il dito sulle labbra? la guardi allontanarsi e poi cerchi l’assenso del tuo equipaggio, comandante del cazzo…
scusa, maiale schifoso… scusa se sono seduta al tavolo accanto al tuo e se mi fai vomitare… scusa se sono inorridita al tuo orgoglioso “questa la dà”, alle pacche sulle spalle, alle risatine onanistiche da uomini veri… e scusa anche se ora scappa da ridere a me, una risata di vendetta microscopica ma profondamente appagante, quando la ragazza torna, le appoggi la mano lurida sul braccio e ti ribalta il vassoio stracolmo sui pantaloni…
eccoti servito, maiale schifoso: il tuo succo di fica… ghiacciato.
dragostea din tei
ma-ia-hii...
ma-ia-huu...
ma-ia-hoo...
ma-ia-haa...
ma-cosa-cazzo-abbiamo-fatto-per-meritarci-questa-merda?!?
cretinopoli
che bellezza, il ventunesimo secolo! quanta luce! quanta democrazia! tutti, ormai, hanno un’idea chiara su tutto. anzi, no. tutti, ormai, sono messi in condizione di avere un’idea chiara su tutto… lo chiamano, fastidiosamente, villaggio globale, questo coloratissimo paesello dove le parole sono più veloci del pensiero. questa rumorosissima cretinopoli dove la comunicazione comunica e l’informazione informa, ridisegnando i vecchi concetti della “distanza” e della “curiosità”, ma dove l’assoluta mancanza di filtri fa il resto, azzerando qualunque gerarchia qualitativa tra un ragionamento (ragionamento?!?) di alba parietti e un ragionamento di chi ragiona…
tutti, ormai, sono messi in condizione di avere un’idea chiara su tutto. già. splendida conquista. splendida e preziosa. peccato che il villaggio globale, troppo impegnato a celebrare la propria “globalità”, non si occupi anche di fornire strumenti adeguati. non si occupi, cioè, di essere “globale” davvero, di raggiungere davvero chiunque, tenendo conto che non esiste un quoziente intellettivo standard e che l’effetto-branco è più nocivo di ogni singola ignoranza! basta esaminare il continuo chiacchiericcio sull’islam per comprendere la pesante sconfitta del villaggio globale (o, se preferite, la massiccia vittoria di cretinopoli). basta esaminare l’infimo livello di una sagra mediatica, quindi planetaria, che viene spacciata per dibattito e che centrifuga irresponsabilmente l’emotività e l’oggettività, l’ideologia e la storia, la propaganda e la conoscenza…
si passa, giocoforza, da un estremo all’altro. da una barricata all’altra. e la faziosità, l’animosità, schiacciano sempre il buon senso! c’è chi nega le patologie di bin laden e chi s’immagina allah bardato come un vecchio dinamitardo. c’è chi tifa, a casaccio, per la jiad e chi sospetta, a casaccio, che le moschee siano laboratori di al qaeda. c’è chi confonde il dhammapâda e il corano, buddha e maometto, e c’è perfino chi confonde israeliani e palestinesi, lasciando che la militanza politica si sovrapponga alla minima soglia fisiologica di competenza… è grave gestire così superficialmente il nodo-islam, come se il parere degli esperti fosse una postilla inutile, ed è grave che i confini di cretinopoli siano tanto estesi. che sia la “cultura della paura”, splendidamente radiografata da “bowling for columbine”, a renderci tutti fratelli. e chissenefrega di cosa cazzo dice la parietti!
and the winner is…
giuro.
piuttosto che dare questo annuncio, sarei dispostissimo a rimanere bloccato in ascensore con i gemelli diversi. o con la famiglia pappalardo. temo, però, di non avere altra scelta.
il vincitore è… meschinetto!
sì, cazzo, sì. l’uomo che ha risolto l’enigma del grande C (a proposito: la soluzione è “isola”) è lo stesso uomo che ha concepito la frase “vi ricordo che non sono ammessi negri nella mia macchina. io sono negro, quindi scendo”. e adesso, per favore, non ditemi che ognuno ha gli amici che si merita. non saprei sopportarlo!
soluzione a pagina 46
maledettissima la volta che mi è venuto in mente di citare bartezzaghi senior!!! il grande C, viaggiatore-cruciverbista, ne ha subito approfittato per lanciare una sfida. una sfida che, vent’anni fa, gli aveva funestato il buonumore…
ha iniziato così:
te lo do io un bartezzaghi davvero incazzato: “non si lascia mai per terra” (ti aiuto va', cinque lettere).
dopodiché ha infierito:
uno dei miei compagni di allora oggi ha 40 anni, due figlie, il monovolume ed è un tranquillo signore con la barba. ma quando gli ricordo questo fatto, indossa il cilicio e va in giro per le vie di truccazzano, nella padana inferiore, a fustigarsi invocando la fine del mondo...
dopodiché ha infierito pure la grande E, sua dolce metà:
quando mi ha detto la risposta ho sorriso. di una semplicità banale. non vi ho aiutato, lo so, ma capitemi: ho appena dato il latte al pupo e inoltrato un ordine online sempre per il piccolo piantagrane di cui sopra che costa come una ferrari.
bene…
chi di voi desidera prendere parte al giochetto e condividere la mia imminente crisi di nervi?!?
la sindrome di tafazzi
dopo essere stata per anni e anni la bestia nera dei migliori cruciverbisti su piazza, rivaleggiando apertamente con il temutissimo 11 verticale di bartezzaghi senior (“fiume della siria”), la mia cara udine appare oggi un po’ meno inafferrabile: sia come entità geografica, sia come definizione enigmistica… una conquista da festeggiare, non c’è dubbio. ma quanti udinesi, perennemente afflitti dalla “sindrome di tafazzi”, se ne sono accorti? quanti udinesi, cioè, si sono accorti che udine è davvero cresciuta?
inutile scaraventare ogni colpa sui media nazionali, che comunque adorano snobbare il friuli e i friulani, quando noi stessi adoriamo prenderci a bottigliate da soli. quando noi stessi adoriamo crogiolarci nel cupo suono della parola “outsider”, continuando a falsificare l’autografo di zico e continuando a sognare mitici orizzonti metropolitani… per chi non se ne fosse ancora accorto, lo ripeto volentieri: udine è davvero cresciuta. ha davvero fatto passi da gigante. e li ha fatti, soprattutto, sul piano culturale.
una piccola città che produce cultura a livelli assolutamente invidiabili, sì. una piccola città che macina teatro, musica, cinema e arte senza fermarsi a tirare il fiato e senza collezionare troppi omologhi nel nordest. la piccola città degli spettacoli, dei concerti, dei musei e, fiore all’occhiello, la piccola città di “far east film”… giù la bottiglia, udinesi del cazzo, almeno per un festival che fa rodere il culo a mezza europa!
giudizio universale / update 2004
ok, ok, non resisto…
adoro le idee di merda!!!
ci proviamo?!?
CONVOCAZIONE
i fancazzisti che transitano da queste parti sono gentilmente pregati di collaborare alla stesura delle “100 cose per cui vale la pena vivere”, onorando la memoria di “cuore” e inviandomi una mail con le classiche 3 preferenze.
l’hit-parade sarà pubblicata mensilmente e comprenderà la citazione di ogni singolo fancazzista…
giudizio universale
dio benedica il disordine…
stavo cercando tutt’altro e ho appena ritrovato un vecchissimo foglietto.
una santissima reliquia dell’a.d. 1992: le mie “100 cose per cui vale la pena vivere”!!!
devo ammettere che suonano ancora bene, specialmente la n.25 (“palpare le tette a claudia schiffer”) e la n.41 (“incendiare la parrucca di gigi marzullo”), però non riesco a spiegarmi la n.16 (“il papa in tour con le bananarama”) e la n.83 (“cagare in testa a milva”)…
sulla n.1, poi, preferisco mantenere un certo riserbo.
facciamo finta che sia “la figa”?!?
a scuola con i FAB-5
quando lo scolaretto ero io, quando cioè il primo giorno delle elementari aveva “daddy cool” in sottofondo e l’ultimo delle superiori “losing my religion”, mi turbavano fondamentalmente due cose: il rischio progressivo di una nota (via via sul quaderno, sul libretto personale, sul registro) e l’ombra spaventosa (un po’ leggendaria) del sette in condotta. mi turbavano anche il greco e la matematica, segni evidentissimi che l’anticristo soffriva d’insonnia, ma questa è un’altra storia! perché frugare nella soffitta dei ricordi? perché la cronaca, ogni tanto, regala notizie assolutamente adorabili. notizie che, non fossero vere, meriterebbero il privilegio della fiction letteraria…
immaginate un’aula. immaginate i neon, la cattedra, le veneziane che tendono a incepparsi. immaginate la carta geografica. immaginate il crocifisso, la foto del presidente, l’aria viziata. immaginate il bidello che bussa, entra, consegna una circolare. immaginate la lavagna. immaginate l’abominevole squittio del gesso e una ventina di smorfie che accartocciano, simultaneamente, una ventina di facce! ecco. immaginate, ora, che quelle facce non siano una ventina. che quelle facce non siano neppure una decina. immaginate che, mentre il gesso squittisce, quelle facce siano soltanto cinque… no: nessuno sciopero, nessuna defezione, nessuna epidemia d’influenza. cinque facce in tutto. cinque. punto e basta. una squadra di calcetto! sinceramente: ci riuscite?
dove non arriva l’immaginazione, a volte, arriva la quotidianità. la quotidianità spicciola. e la quotidianità di quelle cinque facce, di quei cinque allievi delle medie, è sicuramente spicciola. scandita da gesti normali, consueti. da riti minuscoli, sempre identici. sveglia, caffelatte, zainetto (magari qualche sigaretta clandestina). una quotidianità che, superfluo insistere, risulta comunque difficile immaginare dall’esterno. stando seduti sui propri amarcord scolastici, più o men