
non smetterò mai di sperare che tiziano ferro venga travolto da una carica di cinghiali...
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il ritorno dell’edonista reaganiano
te ne accorgi, per esempio, il sabato mattina presto, quando l’appartamento del piano di sopra lascia filtrare cigolii e sospiri. sospiri e cigolii. ogni tanto, ma solo nei casi più fortunati, anche suoni sordi. come di un peso che cade e poi rimbalza sul pavimento… il vicino se la sta spassando, eh? non c’è dubbio. tuttavia, oltre ad aver scelto un orario per cui merita la morte, non se la sta spassando con la sua fidanzata. no. se la sta spassando con la sua fottutissima palestra domestica! e quel suono sordo, quel cupo fragore metallico, è davvero il suono di un peso che cade e poi rimbalza sul pavimento!
ecco. te ne accorgi pure così, svegliandoti di soprassalto e augurando al vicino una lenta agonia, che lui è tornato. lui. anzi: LUI. il personaggio meno rimpianto del novecento (assieme a carducci e plastic bertrand). il personaggio meno autoironico del novecento (assieme a pippo baudo e amedeo minghi). il personaggio che ha segnato, a colpi di lampada abbronzante, un’epoca e uno stile: il temutissimo edonista reaganiano! temutissimo e, soprattutto, inaffondabilissimo: sparito dalla circolazione per almeno un decennio, grazie alla stucchevole ondata new age, il nostro idolo non s’è perso d’animo. si è pazientemente riorganizzato. si è pazientemente evoluto. e adesso non gli basta essere “figo”: adesso vuole essere “bello”.
destino crudele! che ci piaccia o che non ci piaccia, l’edonista reaganiano è di nuovo tra noi. tra noi fumatori statici. pigri. perennemente in sovrappeso. tra noi che, nel marzo 1993, scrivevamo queste dolci parole cariche di speranza e di scaramanzia: “in molti erano pronti a scommetterci: chiusi gli anni ottanta, l’edonista reaganiano sarebbe definitivamente scomparso dalla scena. e, con esso, uno dei suoi miti per antonomasia: il culto del corpo. a quanto pare, tuttavia, le cose non sono andate proprio così: il business delle palestre è ancora sulla breccia. piuttosto, è l’approccio della gente a essere cambiato: tramontata la rincorsa obbligatoria allo status symbol è progressivamente subentrata la necessità facoltativa di sentirsi in forma”... tramontata la rincorsa obbligatoria allo status symbol? progressivamente subentrata la necessità facoltativa di sentirsi in forma?
rilette oggi, queste dolci parole mi fanno tenerezza. sì. e mi provocano un drastico supplemento d’intolleranza per l’edonista reaganiano del piano di sopra.
adozioni a distanza
sono un abbonato rai.
sono un abbonato rai e, come tutti gli abbonati rai, sono anche un benefattore.
sì.
pago il canone sapendo che il mio gesto, il mio piccolo gesto, può contribuire al sostentamento di persone molto sfortunate.
persone cui la vita ha negato tutto.
o quasi tutto...
ecco perché ho deciso di adottare a distanza il copy del tg2, pover’uomo, quello che ha griffato il titolo della rubrica letteraria “ti spiazzo in 2 minuti”!
ed ecco perché non potrò mai rivolgere alla conduttrice la domanda che ogni abbonato rai, ogni benefattore, si sta dolorosamente ponendo: a cosa ti servono 2 minuti per spiazzarmi se ti bastano 40 secondi per sfracellarmi i coglioni?
tòh, chi si rivede!
i mentecatti volanti
(raitre, ore 21)
lascia davvero spiazzati, molto spiazzati, l’enorme entusiasmo con cui i critici americani ed europei hanno accolto “la tigre e il dragone” (sottotitolo: “mentecatti volanti”). non che il film sia orrendo, no, ma certo non è così bello da giustificare una marcia trionfale. nemmeno adesso che l’oriente, su grande schermo, è diventato un giocattolino tanto chic e tanto trendy... forse, e questo lo si perdonerebbe senza fatica, tutto deriva da una ragione semplicissima: la cinematografia asiatica regala stupori aggiuntivi a chi la frequenta da poco, a chi ancora non conosce i suoi temi, i suoi luoghi, la sua sintassi. è una creatura strana, meravigliosa, incarcerata per troppi anni dentro un mercato a circuito chiuso e per troppi anni colpevolmente ignorata dai distributori occidentali.
se “la tigre e il dragone” può accelerare il processo di sdoganamento, dunque, merita la massima attenzione e la massima simpatia, però non bisogna farsi prendere la mano. non bisogna scambiare l’ennesima fatica del taiwanese ang lee (“banchetto di nozze”, “mangiare bere uomo donna”, “tempesta di ghiaccio”) per un cult da consegnare ai posteri, dimenticando di valutarlo per quello che è: un micidiale fumettone rosa con qualche buona sequenza action (yuen wo ping, va detto, ha coreografato “matrix”). una doppia love story che si consuma sullo sfondo dell’antica pechino: l’adulta love story di li mu bai e shu lien, nobili guerrieri erranti, e l’acerba love story di jen e nuvola nera, giovani e ribelli...
come ogni favola che si rispetti, anche “la tigre e il dragone” centrifuga numerose schegge narrative (il furto della spada magica, la caccia alla strega cattiva, il matrimonio che “non s’ha da fare”), allentando l’urgenza sentimentale a colpi di karatè e di aforismi (i personaggi non parlano: cagano perle di saggezza). ma finisce per allentarla eccessivamente, complice la pedantissima regia di ang lee, e solo la bravura di un cast all stars (chow yun-fat, michelle yeoh, zhang ziyi) rende potabili 120 minuti altrimenti velenosi... accettate un 18, signora tigre e signor dragone?
il più brutto cappello del mondo
la nostra cara vecchia, giustamente famosa per le cinque ragioni di cui abbiamo già parlato, è anche famosa per il suo copricapo invernale.
un oggetto pelosissimo, raccapricciante ma spavaldo, che provocò legittime recrudescenze maschiliste nel cuore della francia democratica…
gennaio 2000.
parigi.
freddo boia.
la vecchia: ti piace il mio cappello?
trentamarlboro: cappello? pensavo che avessi ficcato la testa nel culo di una martora!
...trenta(mila)marlboro...
la porno-rivoluzione di linda lovelace
ammettiamolo subito, così ci togliamo il pensiero: una disciplina universitaria come la filmologia rimanda più facilmente a nerissimi incubi fantozziani che a placidi sogni pop. evoca “la corazzata potemkin”, evoca i feroci turni “fuori orario” di ghezzi, ma non certo il soffice benessere della merce usaegetta. nemmeno quando la merce usaegetta, alla faccia di ogni snob e di ogni ipocrita, sfuma spudoratamente nell’arte. o nei suoi immediati dintorni… e qui, altrettanto spudoratamente, entra in scena martina palaskov begov. anzi: la neodottoressa martina palaskov begov, cinefila a tutto tondo, che ha discusso un’impavida tesi sulla golden age del porno americano! il titolo? “linda lovelace: immagini di un corpo in frammenti”. per la gioia della filmologia, appunto, e per la gioia di chi, negli ultimi trent’anni, si è dedicato al sexy-culto del mitico “gola profonda”…
-martina, perché hai deciso di concentrare la tua indagine sul fronte dell’hardcore?
perché, molto banalmente, ho sempre avuto un’enorme passione per il cinema erotico. per il cinema del corpo. per i diversi modi attraverso cui il cinema descrive, o tenta di descrivere, l’intimità tra due persone... e questo cinema, tra il 1970 e il 1980, ha determinato negli stati uniti un’autentica rivoluzione socioculturale.
-e perché dal vasto plotone di attrici-simbolo hai estratto proprio linda lovelace?
perché linda, di quella vecchia rivoluzione, rappresenta universalmente la massima icona. la donna che, sotto la formidabile guida di gerard damiano, ha sdoganato il tabù americano per antonomasia: quello del sesso orale, fino ad allora praticamente innominabile!
-è questo che ha determinato il trionfo di “gola profonda”?
sì, assolutamente. ma bisogna ricordare che le sue valenze cinematografiche, sebbene cariche di originalità, sono comunque inferiori alle sue valenze, insisto, rivoluzionarie.
-cioè?
intendo dire… a differenza del vero capolavoro di damiano, “the devil in miss jones”, “gola profonda” non è poi un film straordinario. non è perfetto. ma porta con sé una micidiale potenza eversiva: segna l’inizio della golden age, segna l’inizio di un altro cinema. fonda l’era del guardare e dell’essere guardati.
-un decennio d’oro che poi, lentamente, declina e muore… cosa lo ha ucciso?
l’avvento dell’home-video, quindi la nascita di un “nuovo autore” che ha via via soppiantato la necessità stessa dell’autore autentico. di grandi maestri come damiano.
-di che “nuovo autore” stai parlando?
sto parlando dello spettatore. o meglio: del consumatore, del voyeur, che seduto allegramente nel salotto di casa personalizza il montaggio del film con l’avanzamento veloce del telecomando! e ora, colpo di grazia, ci si è messa pure la tecnologia digitale, assieme ai dvd interattivi multiangolo e, ovviamente, assieme alla circuitazione internettiana…
-sesso, commercio e low-budget fanno rima: è inevitabile!
già. e infatti, ormai, non dovremmo neppure chiamarlo cinema: dovremmo chiamarlo, semplicemente, prodotto pornografico. vince chi è più marcio, vince chi riesce a piazzare più merda… l’esibizione sconfigge la sensazione, l’urgenza di stupire sconfigge il desiderio di stuzzicare. è la fiera della carne.
-una “fiera” dentro cui, giocoforza, hai navigato a lungo per nutrire la tua tesi…
bèh, “navigare” è decisamente il verbo più azzeccato, visto che la maggior parte del materiale che mi serviva l’ho trovato in rete. il tempio dei pornografi e dei pornofili! ho anche dovuto formattare il computer: più mi addentravo nei porno-meandri, più i virus mi ricambiavano il favore!
-dove hai rintracciato, invece, il resto della bibliografia?
in america e in francia, soprattutto, perché in italia non esistono testi specifici sull’argomento.
-ti ha aiutata qualcuno, durante la fase di raccolta?
il mio mèntore, preziosissimo, è stato sergio germani: uno dei sommi esperti in materia! non credo serva presentarlo…
-e quanti film ti sei vista?
tantissimi! e, devo dire, più di qualcuno l’ho trovato veramente bello.
-il migliore?
l’ho citato prima e lo cito di nuovo con assoluto piacere: “the devil in miss jones”. mi ha dato i brividi, lo consiglio a tutti!
-sei una delle poche persone che, per “fare i compiti”, ha consumato dosi massicce di pornografia… qualche momento d’imbarazzo?
no, mai: sono troppo egocentrica e adoro attirare l’attenzione su di me!
la costituzione?
il kamasutra della democrazia!
caro diario,
oggi, domenica 14 dicembre 2003, ho avuto la fortuna di assistere a tre eventi storici! tre! mica male, vero? il primo, ça va sans dire, è la clamorosa cattura del grande baffuto. anzi: del grande barbuto, visto il suo chiaro e formidabile tentativo di spacciarsi per santa claus! diavolo di un saddam, sempre così attento alle frivolezze occidentali… il dubbio è legittimo: avesse fatto in tempo a procurarsi un costume rosso e un paio di renne, magari sfogliando cataloghi meno antiquati (“con postal market, sai, uso la testa e ogni pacco che mi arriva è una festa!”), sarebbe riuscito a fregare ancora una volta l’odiatissimo infedele? secondo me, sinceramente, sì: nessun americano, neppure bush, oserebbe mai sottoporre babbo natale all’esame del dna! tramonto inglorioso di un cattivone, dunque, miseramente stanato mentre aspettava il postino…
ma se la cronaca planetaria esulta, la cronaca italiana può anche farsi quattro risate: oggi, caro diario, mi è stato regalato un siparietto catodico ai confini della realtà! esilarante, appunto, e imbarazzante quanto basta per lasciare una traccia indelebile… speriamo che “blob” non si macchi di omertà politica, perché rivedere fino all’overdose francesco de gregori ospite di “domenica in” restituirebbe significato al vecchio e stanco (stanchissimo) canone rai! ebbene sì: il principe girotondino, nemico giurato della tivù e di “questa” tivù in particolare, si è misteriosamente prestato al peggiore dei giochi. si è prestato a cantare “viva l’italia”, fabbricandoci sopra una postilla giuridica mozzafiato (“la costituzione è il kamasutra della democrazia”). si è prestato ad ascoltare bonolis mentre gli storpiava un capolavoro (“la leva calcistica della classe ‘68”). e, già che c’era, si è pure prestato a fare il gggiovane, citando tonino carotone, le canne e gli articolo 31! fortuna che, travolto dal rimorso, ha poi recuperato terreno con una folgorante perla di saggezza siddarthiana: “parlare della libertà ed essere liberi sono due cose completamente diverse”. wow!!!
cosa dovrei aggiungere, caro diario? “il resto è silenzio”, diceva qualcuno, e forse non aveva tutti i torti… senza aggiungere nient’altro, quindi, mi auguro che al signor de gregori non venga in mente di sguainare un patetico alibi old fashion tipo: “tranquilli, kompagni, stavo solo kombattendo il sistema dall’interno”! ecco. preferisco ricordarmelo da vivo, il signor de gregori, quando rispondeva con gelida sufficienza alle sciocche curiosità di red ronnie (avete presente quella mitica puntata del “roxy bar”?) e quando ancora scriveva splendide canzoni… nient’altro da aggiungere, no. nient’altro da aggiungere neanche sul pessimo gusto di bonolis, capace di parafrasare “generale” per estorcere al buon francesco una riflessione sul futuro (“anni fa, dietro la collina, ci stava la notte crucca e assassina. e oggi? che ci sta dietro un’attuale collina?”) e capace addirittura di stizzirsi per le edizioni straordinarie del tg1 (“ahò, sempre saddam? e che succede, stavolta? gli hanno fatto la barba?”)… eh sì. che tremendi rompicoglioni, i giornalisti del tg1! come osano interrompere “domenica in”, orgoglio di mamma rai, per una stronzata del genere? valli a capire…
intanto, mentre bonolis tenta di capire, mentre il grande baffuto maledice “postal market” e mentre il principe girotondino si fa un esame di coscienza, io festeggio il terzo evento: l’inaugurazione della nuova “fenice”. uno dei rarissimi motivi per cui, oggi, è davvero bello sentirsi italiani… tony renis mi scuserà.
anatomia del najone ferroviario
alla pari dei trapezisti, o dei suonatori di bongo, il najone in libera uscita è una creatura talmente orrenda che non sembra possibile trovarne di peggiori. nemmeno rispolverando il positivismo evoluzionistico. nemmeno consultando, qui e ora, il divino ectoplasma del divino dott. lombroso. eppure… eppure una creatura peggiore esiste davvero: è il najone ferroviario, cellula degenerativa del najone in libera uscita. e il divino dott. lombroso, non serve scommetterci sopra, l’avrebbe amato perdutamente!
conquistadores
semplicissimo da riconoscere, ma difficilissimo da evitare, il najone ferroviario vede il treno esattamente come hernán cortéz vedeva il messico. nessuna differenza significativa, tranne quella che sancisce una gemellarità eterozigote: cortéz aveva la barba.
frase-chiave
oh, non mi passa un cazzo!
caratteristiche principali
-usa il gel
-grida più di un babbuino
-tiene le gambe divaricate
-si gratta il pacco
-spegne le cicche sul pavimento
-bestemmia e rutta senza falsa modestia
-batte compulsivamente la stecca
chi ama la figa, faccia una riga
destinato per ovvi motivi alla castità perpetua, il najone ferroviario si crede ugualmente un predatore. e da predatore, vivaddio, si comporta, molestando qualunque passeggero femminile abbia commesso la tragica leggerezza di non saltare giù dal vagone. o di non fratturargli la mandibola con il trolley. invadentissimo e logorroico, il najone/predatore tende ad affascinare la propria vittima secondo uno schema piuttosto collaudato: approccio elegante (“oh, quanto gnocca sei?”), aneddoti militari (“oh, quanto bastardo è il caporale?”) e santificazione degli eiffel 65 (“oh, quanto bravi sono?”).
uomini duri
pienamente convinto che il servizio civile sia “roba frocia”, il najone ferroviario detesta la vita di caserma e trova giusto dimostrarlo mentre viaggia: l’intero scompartimento è obbligato a subire le fragorose manifestazioni del suo malessere, radio a palla compresa, e ogni timido reclamo risulta oltremodo sgradito (“oh, morire!”, “oh, impazzire!”). lo stesso controllore, del resto, evita scientificamente il branco del najone ferroviario. chiude bonariamente un occhio. e bisognerebbe ricordarglielo un attimo dopo, sì, quando massacra la vecchietta che non ha timbrato il biglietto… grandissimo figliodiputtana!
(for you, cara signorina trama. come promesso)
qui polyhmnia (blogger senza blog)
when a man loves a woman
no, dico: la vuoi piantare?!? sì, sto parlando con te, signor michael - sciroppo d’acero - bolton. abominevole caverna spalancata sugli alveoli… è inutile che tenti di nasconderti, pudico, con beceri trucchetti da liceale: tagliarti quella moffetta che tenevi parcheggiata sulla testa fino all’altro ieri non ti è servito proprio a niente. perché io ti riconosco lo stesso…
perché io ti annuso. perché mi sevizi a tradimento, sbraitandomi nelle orecchie quali prodigiosi sacrifici sei disposto a fare quando ami una donna. perché continui a farlo a ripetizione, proprio mentre io accendo la radio, nel momento più prezioso della mia giornata. mentre sto tornando a casa dal lavoro, mentre scivolo mollemente in mezzo al traffico e mi rilasso, cicca luccicante e voglia di cantare… perché tu ti approfitti delle occasioni. ti ci infili dentro, infido, sfoderando slealmente la tua ugola mielosa nonappena percepisci una molecola d’amore nell’aria.
l’hai fatto ininterrottamente, negli ultimi giorni… l’hai fatto, a tradimento, pure col mio perrrfido capo trenta: e questo, a maggior ragione, non te lo posso proprio perdonare! servendoti di due complici temibilissimi, limited evolution e fioreinculo, sei comparso di soppiatto sulle sue labbra punk e me lo hai mandato in estasi mistica proprio mentre stava sul blog della giuly! che cazzo di figure gli fai fare, eh? come cazzo me lo hai ridotto, eh?
guardati un po’, zuccherino: dormire sotto la pioggia, spendere fino all’ultimo quattrino, farti sonoramente prendere per il culo ed essere l’unico a non accorgersene… sì, sì, è per questo che tutti i tuoi colleghi ridacchiano quando passi e chiamano affettuosamente “il baldraccone” la tua ragazza…
e poi… scusa, sai, ma… ci era già caduto percy sledge: possibile che proprio la stessa stronza ti dovevi beccare?!?
errata corrige
(ANSA) - roma, 18 feb - francesca comencini, per la sua ultima fatica cinematografica “mi piace lavorare”, ha ingaggiato nicoletta braschi e parecchi attori non professionisti. (ore 14.05)
(ANSA) - roma, 18 feb - francesca comencini, per la sua ultima fatica cinematografica “mi piace lavorare”, ha ingaggiato nicoletta braschi e parecchi altri attori non professionisti. (ore 14.06)
(bello, eh, se il giornalismo funzionasse veramente così?)
bocconcini di pollo in salsa rossa
(sottotitolo: due donne e una ricetta)
veronica: quanto cazzo di sugo ci ho messo?
silvia: abbastanza per chiamarlo “piatto del marchese”!
veronica: suona bene, sì... una cosetta raffinata…
silvia: ma tu lo sapevi che “marchese”, in realtà, è proprio un termine scientifico?
veronica: scientifico? sicura?
silvia: bòh… mi sembra che vada usato soltanto la prima volta che ti vengono… e chissà cosa c’entra il marchese, poi…
veronica: probabilmente si dice così perché il signor marchese, quando arriva, te lo spara subito nel culo!
l’intellettuale moderno
prefazione
mettendo da parte “il fighetto under 35”, categoria lombrosiana di cui parleremo prossimamente, la comprensione dell’intellettuale moderno non può prescindere dalla comprensione della sua triplice identità:
A) l’intellettuale vero
B) l’aspirante
C) il sedicente
l’analisi comparata di A-B-C ha dunque permesso la stesura di questo recentissimo studio, già molto apprezzato negli ambienti accademici europei e in alcune osterie della val brembana.
l’intellettuale e i libri
A) rilegge “il pendolo di foucault” con aria sorniona, placidamente seduto sulla fida poltroncina ergonomica, pagina dopo pagina. si diverte un casino, perfettamente consapevole dell’astuzia di eco, e riconosce al volo tutte le citazioni. se s’interrompe, è per attizzare il fornello della pipa.
B) maneggia “il pendolo di foucault” con un certo timore, quasi sempre a letto, e procede stentatamente per mezze facciate. si diverte poco ma non lo ammette. venera l’onniscienza di eco e riconosce solo qualche rara citazione. se s’interrompe, è per consultare la “treccani”.
C) affronta “il pendolo di foucault” con odio premeditato, rigorosamente in vacanza e in luoghi affollati, saltando interi capitoli. si annoia a morte, ucciderebbe volentieri eco a badilate, le citazioni non le vede neanche. se s’interrompe, è per confidare al vicino d’ombrellone quanto sia entusiasta.
l’intellettuale e il cinema
A) frequenta tutti i cineclub della città, non salta una retrospettiva, solitamente adora kieslowski e accudisce l’opera omnia di bergman come un figlio. ha visto “il settimo sigillo” un numero impressionante di volte ma anche “sussurri e grida” non gli dispiace. trova fassbinder grossolano. rai tre è la sua vita.
B) va al cinema quando capita, bergman gli crea angoscia: dopo “il settimo sigillo” ha smesso di giocare a scacchi (e se vede una scacchiera si tocca i coglioni). impazzisce per “i tre giorni del condor”, ma in pubblico preferisce ricordare “sussurri e grida” (che detesta). fassbinder? un frocio. senza reti private è un uomo morto.
C) infaticabile consumatore di porno e commediacce, con gli amici colti s’infervora sulla bellezza di bergman chiamandolo “ingrid”. il suo know-how si ferma al “cineracconto” di “sorrisi & canzoni”. crede fassbinder la marca di un amaro. “l’isola dei famosi”, per lui, è il non plus ultra catodico.
l’intellettuale e la musica
A) i suoi interessi spaziano irrimediabilmente dalla classica al jazz, passando talvolta per bob dylan. quando ascolta “aria sulla IV corda” prorompe in monologhi torrenziali sulla genialità di bach e si commuove... spendere meno di diecimila euro per l’impianto hi-fi? una bestemmia! si abbona alla stagione sinfonica con anticipo clamoroso.
B) si ostina ad ascoltare soltanto canzoni degli eagles. bob dylan gli è sempre stato sul cazzo. se trasmettono “aria sulla IV corda” gli viene in mente “quark” e si addormenta di schianto. in genere, oltre a uno stereo giapponese da cento euro, coccola segretamente un antico “geloso” a bobine. i concerti se li guarda in tivù.
C) è un fanatico di heavy metal, ma non lo dice a nessuno. colleziona borchie, mutande di ferro e dischi dei sepultura (con cui fonde l’autoradio). si spaccia per un devotissimo di bob dylan ed è in buonafede, perché lo confonde con dylan dog. “aria sulla IV corda” gli ricorda un vecchio spot della barilla e gli mette addosso una fame boia. evita i concerti con terrore.
nota conclusiva
“e il pasticcere e il poeta e il paralitico e la sua coperta si ritrovarono sul molo con sorrisi da cruciverba a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi”
- f. de andrè -
intellettuali o no, in fondo, siamo tutti uguali davvero.
tutti ugualmente acrobati.
tutti ugualmente buoni.
tutti ugualmente malvagi.
tutti.
tranne giampiero mughini, ovviamente.
mia sorella è una figa
attenzione
s'informano i gentili lettori che questo post contiene alti dosaggi d'ironia e che, pertanto, può risultare dannoso alla salute degli opinionisti cool. s'informano, altresì, i gentili lettori che ogni riferimento agli opinionisti cool incontrati oggi nel blog della cara signorina blasi è da ritenersi del tutto casuale.
Ma tu guarda che casino
La Blasi mi ha messa all'ultimo banco insieme a Trentamarlboro. Cos'è successo? Durante la lezione di trigonometria io e 30 ci siamo distratti e abbiamo guardato nel parco della scuola dove i due amanti (oh, quelli lì mai che vengano a scuola e nessuno dice loro niente!) si scambiavano languide effusioni e frasi dolcissime. A un certo punto la femmina dei due sbaciucchioni coglie i nostri sguardi, si avvicina all'orecchio dell'esemplare maschio e spiffera tutto; lui non la prende bene per niente e viene vicino alla finestra della classe per dirci che siamo invidiosi e che a noi due non ci ha mai voluto bene nessuno. A quel punto 30 chiede loro di allontanarsi per evitare che la prof ci sgami, ma i due insistono. La prof ci sgrida e ci sbatte fuori dalla classe, chi al posto nostro avrebbe resistito alla tentazione di uscire nel parco e dire un paio di parole alle due spie? Noi siamo stati sospesi (no, non nel vento) e loro hanno un comitato di difesa pronto a battersi per la libertà, per altro mai minata, di espressione nella blogosfera. Nessuno si schiera al fianco dei fratelli cattivi e non amati? :(
that’s the question
(parental advisory: explicit lyrics)
perché?
perché la morte di una rockstar è “ordinaria amministrazione” e la morte di un campione sportivo è “dramma della solitudine”?
perché una rockstar “si disintossica dalle droghe” (“droghe”, sì, mica “droga”) e un campione sportivo “cura la propria salute”?
perché kurt kobain è “un esempio negativo” e marco pantani è “un’icona”?
perché?
bella domanda!
io, vorrei fosse chiaro, non ho pianto sulla tomba di kobain.
no.
ma non piangerò nemmeno sulla tomba di pantani.
lo dico onestamente.
senza cinismo.
senza esibizionismo.
e sarei un coglione se sostenessi il contrario.
uno dei tanti coglioni pompinari che dovremo pazientemente sopportare finché la triste morte di pantani lascerà il posto alla triste morte di sanremo…
già.
puritana solo quando le torna utile, ma raramente pudica, l’italia ha davvero la faccia come il culo.
una faccia vomitevole.
la faccia che indossa per i necrologi vip, decidendo che un carabiniere ucciso per strada vale meno di un carabiniere ucciso a nassiriya e che il cancro di edoardo agnelli vale meno del cancro di mio nonno.
la faccia che indossa per “invitarci a capire”, per “invitarci a riflettere”, convocando fragorosi lutti nazionali dove farebbe molto meglio a tapparsi la bocca.
la faccia che indossa per esilarante opportunismo, sdoganando quei vecchi calciatori (quei vecchi eroi, certo) abilissimi a palleggiare e a sniffarsi le righe bianche del campo…
diego armando maradona?
diego armando maradona!
diego armando maradona, non essendo una rockstar, ha potuto dichiarare che “pantani è morto per colpa nostra. per colpa di tutti noi, nessuno escluso”.
ecco.
questo ha potuto dichiarare, diego armando maradona.
e adesso mi piacerebbe sapere chi si unisce al mio disgusto.
e al mio stanchissimo vaffanculo…
damerini politically correct esclusi.
è ovvio.
memorie di un chatter in pensione
anno domini 2004. si fa presto a dire chat. e si fa ancora più presto a dire cyber-sex. ma si fa talmente presto che neppure l’ultimo dei tuttologi (e neppure lo stesso paolo crepet, sommo virtuoso dell’ubiquità televisiva) cede alla tentazione di fabbricarci sopra una teoria. che gusto c’è? la palingenesi informatica, ormai, è storia vecchia. troppo vecchia… sdoganato dagli uffici durante il pleistocene, l’amico pc ha già smesso i panni rivoluzionari dell’elettrodomestico per indossare quelli modaioli dell’oggetto di design. i bambini imparano a sillabare “google” prima di sillabare “mamma”. e solo rari manipoli di over 50, testardamente devoti alle virtù dell’era pre-tecnologica, si tengono alla larga da internet come da un focolaio di ebola! no, non c’è gusto: c’è abitudine, automatismo. confidenza, addirittura. di gusto, però, ce n’è pochino. ce n’è pochino per noi, se non altro: noi chatter in pensione. noi gloriosi pionieri del romaticismo elettronico e, modestia a parte, della pornonautica. noi che ci siamo eroicamente avventurati dentro i web-meandri quando credere nel funzionamento del proprio modem era un atto di fede. una straordinaria esperienza teologica…
anno domini 1996. la prima chat non si scorda mai: il suo nome era “icom” (oggi è un impero chiamato “clarence”) e i suoi frequentatori (una cinquantina) finivano per amarsi o per detestarsi nell’arco di qualche settimana. finivano per conoscersi, per riconoscersi, per catalogarsi, delegando poi alle mail ogni eventuale approfondimento supplementare: niente stanze private, al tempo, niente software ontologicamente peccaminosi (chiunque avrebbe barattato volentieri nonni e zii con un dozzinale msn-messenger). insomma: l’arte della seduzione risultava complicatissima, cari chatter fighetti e viziati del 2004! esisteva un prototipo dell’icq, d’accordo, e stava timidamente albeggiando il simpatico pow-wow, ma chi osava riservare mezza giornata al download? chi osava immaginare (anzi: sognare) un gioioso futuro popolato da connessioni supersoniche? a noi cadeva sempre la linea (“crash” era la parola-tormentone, assieme alle bestemmie), le nostre chattate sfumavano immancabilmente nell’aggettivo “interruptus”, le nostre bollette disastravano i bilanci familiari. eppure… eppure il nostro commovente entusiasmo non accennava a sopirsi. un entusiasmo (una febbrile tossicodipendenza, spesso) che quasi nessuno capiva e che quasi tutti giudicavano. condannavano. e giù puttanate sull’universo virtuale! e giù puttanate pseudo-etiche!
tutto come ora, diciamolo, tranne che sul fronte delle percentuali: molti detrattori hanno cambiato trincea, più o meno tardivamente, bazzicando sorella rete con assoluta disinvoltura (o con patologica devozione). tutto come ora, diciamolo, tranne che sul fronte della qualità: le dinamiche si ripetono, maschietti e femminucce si danno ancora la caccia, ma qualità e quantità si sono appunto scambiate drammaticamente la pelle! quanti coglioni può contenere, adesso, una chat pubblica? quanti coglioni possono funestare, adesso, i magici rituali dell’abbordaggio e del corteggiamento on-line? quanta soporifera normalità è subentrata, adesso, all’antica e ubriacante eccezionalità? ecco perché, adesso, noi giocattoloni del ’96 siamo degli “ex”. e lo siamo da parecchio. ecco perché, adesso, ricordiamo nostalgicamente il bestiario delle “nostre” chat: un bestiario diventato standard, confuso nella bolgia, ucciso a colpi di volgarità quotidiana…
c’era e c’è chi vanta misure giunoniche e attributi equini. c’era e c’è la casalinga assatanata. c’era e c’è l’armonizzatore (l’immancabile crocerossino che consola le depresse e dispensa consigli di quarta mano). c’era e c’è la fatina azzurra (l’immancabile zitella feroce che consola i depressi inventandosi migliaia di amori falliti). tutti presenti all’appello! ma quello che c’era, e che adesso non c’è più, è sicuramente un’altra cosa. una cosa importante, molto importante. quale? il senso della conquista. il senso del ritmo della conquista. la piena consapevolezza dell’attimo in cui il romanticismo elettronico spiana la via al più impudico e sano cyber-sex! l’unico elemento di effettiva simmetria, l’unico punto di effettiva congiunzione, tra un cuore che batte (un corpo che suda) e un monitor che distilla pixel… chissà cosa ne pensa il dottor crepet!